Esplosioni e incendi in Russia dopo raid ucraini: deposito di petrolio in fiamme a Sochi

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Nella notte tra venerdì e sabato, una serie di attacchi con droni ha colpito diverse città russe, provocando esplosioni e incendi di vaste proporzioni. A Sochi, nella zona di Adler, più di venti detonazioni hanno investito un deposito di petrolio, scatenando un rogo che le autorità locali non sono ancora riuscite a domare. Le fiamme, alimentate dai prodotti infiammabili, hanno illuminato il cielo, mentre i soccorsi lavoravano per contenere i danni.

Non si tratta di un episodio isolato. Nelle ultime ventiquattr’ore, le forze ucraine hanno intensificato gli attacchi a distanza, prendendo di mira infrastrutture energetiche in territorio russo. A Ryazan e Novokuybyshevsk, due raffinerie sono state colpite, con danni rilevanti. Le immagini diffuse mostrano una colonna di fuoco elevarsi improvvisamente, trasformandosi in un fungo incandescente che sovrasta le ciminiere dell’impianto. L’incendio, una volta divampato, non ha accennato a spegnersi rapidamente, nonostante gli interventi dei vigili del fuoco.

Anche la zona della centrale nucleare di Zaporizhzhia è stata interessata dalle operazioni militari, sebbene in modo indiretto: un incendio è divampato in una località limitrofa, senza però coinvolgere direttamente l’impianto. Le autorità ucraine, da parte loro, non hanno rilasciato dichiarazioni ufficiali sugli obiettivi specifici, ma fonti interne confermano che si tratta di una risposta agli attacchi russi.

Intanto, il capo dell’intelligence ucraina, pur riconoscendo la resilienza del sistema politico-militare russo, ha sottolineato come Mosca continui a essere vulnerabile a operazioni di questo tipo. Gli attacchi alle infrastrutture energetiche, del resto, non sono una novità in questo conflitto, ma la frequenza e l’intensità delle ultime incursioni lasciano intravedere una strategia precisa: colpire risorse vitali per logorare le capacità logistiche dell’avversario.

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