Obésité e farmaci per dimagrire, uno studio quantifica il potenziale risparmio per il servizio sanitario

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Che il costo dell’obesità sui sistemi sanitari rappresenti ormai una sorta di fiume in piena – con tutto ciò che questo comporta in termini di ricoveri ospedalieri, interventi chirurgici, terapie farmacologiche accessorie e giornate di lavoro perse, sia dai pazienti stessi sia dai loro care giver – lo si ripete da anni, complice l’inarrestabile crescita del numero di persone in sovrappeso o obese. Eppure, finora mancava una quantificazione aggiornata e circostanziata di quanto si potrebbe risparmiare intervenendo in modo mirato. Arrivano ora i primi numeri concreti: poco più di mezzo miliardo di euro, vale a dire 550 milioni, una cifra che il Servizio sanitario nazionale potrebbe teoricamente trattenere nelle proprie casse, se solo riuscisse a garantire l’accesso ai nuovi farmaci dimagranti a una platea più ampia di pazienti.

L’avvento delle molecole semaglutide e tirzepatide, va ricordato, ha cambiato radicalmente la storia clinica di una malattia cronica e recidivante qual è l’obesità. Un tempo si parlava quasi esclusivamente di diete e di attività fisica, approcci necessari ma spesso insufficienti; oggi, invece, la sfida si è spostata su un altro fronte, altrettanto insidioso: il costo delle terapie. Questi medicinali, infatti, sono attualmente a totale carico del paziente – con una spesa mensile che si aggira su qualche centinaio di euro – e richiedono una somministrazione cronica, esattamente come avviene per le statine contro il colesterolo o per gli antipertensivi. Non tutti, però, possono sostenere una simile uscita mese dopo mese, e il rischio concreto è quello di creare disparità di accesso, con i soliti noti – chi ha disponibilità economiche – che possono curarsi, e gli altri che restano indietro.

Perdere peso non basta, serve mantenerlo: i dati Attain-Maintain e Surmount-Maintain

La gestione dell’obesità entra così in una fase del tutto nuova, come emerge con chiarezza dai risultati presentati al 33° Congresso Europeo sull’Obesità (ECO), in corso a Istanbul. Due studi di fase avanzata, condotti da Eli Lilly and Company – l’Attain-Maintain e il Surmount-Maintain, pubblicati rispettivamente su Nature Medicine e The Lancet – hanno dimostrato una verità quasi lapalissiana, ma finora poco suffragata da evidenze robuste: non basta ottenere una perdita di peso significativa, diventa altrettanto essenziale mantenerla nel lungo periodo. Senza questa continuità terapeutica, si vanificherebbero in pochi mesi gli sforzi iniziali, con un conseguente ritorno al punto di partenza e un aggravio ulteriore di costi per il sistema.

La svolta della pillola orforglipron, più economica e altrettanto efficace

Le persone affette da obesità che, dopo una terapia con incretine iniettabili alla massima dose, sono passate al farmaco orforglipron – o a una dose più bassa di tirzepatide – sono riuscite a mantenere la perdita di peso a lungo termine. Il dato più interessante, però, riguarda l’orforglipron, un agonista del recettore GLP-1 disponibile in formulazione orale, quindi in pillole, che agisce riducendo l’appetito e rallentando la digestione. Rispetto ai prodotti noti come Wegovy e Mounjaro, questo nuovo composto presenta un vantaggio non secondario: è molto più economico da produrre. Per chi non desidera o non può proseguire con le somministrazioni sottocutanee, si profila dunque un’alternativa praticabile, capace di alleggerire la pressione sulle tasche dei pazienti e, potenzialmente, anche sui bilanci pubblici. La strada è tracciata, mancano solo le scelte.

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