La Coppa d’Africa resta in Senegal, i calciatori non restituiranno i premi: “Vengano pure a prenderli”

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La decisione della Confederazione calcistica africana, che ha ribaltato l’esito della finale dello scorso gennaio assegnando il trofeo al Marocco a tavolino, non ha sortito l’effetto sperato dagli organi disciplinari: il Senegal, infatti, non solo non ha alcuna intenzione di riconsegnare la coppa vinta sul campo, ma anzi molti dei protagonisti di quella notte di Rabat stanno alzando il tiro, con dichiarazioni e gesti simbolici che trasformano la vicenda in una resa dei conti destinata a prolungarsi nelle aule del Tribunale Arbitrale dello Sport. Il governo di Dakar, con una nota durissima firmata dalla first lady Marie Faye, ha già parlato di “tentativo di espropriazione ingiustificato”, gettando ombre pesanti su presunti episodi di corruzione all’interno degli organi direttivi della Caf; e intanto i calciatori, da Kalidou Koulibaly a Moussa Niakhaté, stanno trasformando i propri profili social in una trincea dalla quale lanciare messaggi inequivocabili, come quello del difensore del Lione, che ha postato una foto delle medaglie d’oro con la didascalia: “Vengano pure a prenderle. Sono matti”.

“Il trofeo è qui e non si muove”, la sfida social di Koulibaly e compagni

Kalidou Koulibaly, capitano e simbolo di questa generazione di calciatori senegalesi, ha rotto il silenzio con una serie di storie su Instagram nelle quali, con il trofeo sullo sfondo, ha ribadito un concetto semplice ma destinato a pesare come un macigno nell’evoluzione della vicenda: “Questo trofeo non è un regalo, è stato guadagnato sul campo. Possono guardarlo, io me lo tengo. Il trofeo è qui e non andrà da nessuna parte”. Parole che suonano come una dichiarazione di guerra sportiva, ma che fotografano anche lo stato d’animo di una squadra che, forte del sostegno istituzionale, considera la coppa una proprietà inalienabile, al di là di qualsiasi pronuncia emessa a tavolino. E se Koulibaly parla a nome dello spogliatoio, Idrissa Gueye, centrocampista dell’Everton, ha aggiunto un tassello filosofico non trascurabile: “Titoli, trofei, medaglie sono effimeri. Quello che conta davvero è che ogni tifoso possa tornare a casa dalla propria famiglia. Il popolo senegalese ha mostrato il suo vero carattere: dignitoso nella vittoria, dignitoso nelle avversità. Questa è la Teranga”. Il riferimento è a quella notte di Rabat, quando dopo un rigore contestatissimo e un abbandono momentaneo del terreno di gioco durato una quindicina di minuti, i Leoni della Teranga tornarono in campo, subirono la parata di Edouard Mendy sul penalty di Brahim Diaz e vinsero con un gol di Pape Gueye ai supplementari. Per loro, quella sequenza di eventi rappresenta una verità inconfutabile, che nessuna delibera potrà cancellare.

La posizione del governo e il precedente giuridico che incombe

Il governo senegalese, attraverso il ministero dello Sport e la stessa presidenza della Repubblica, ha assunto una posizione talmente netta da trasformare la questione sportiva in un caso diplomatico: Bassirou Diomaye Faye, il presidente, ha voluto il trofeo alle proprie spalle in uno scatto ufficiale nel suo studio, quasi a suggellare l’idea che quella coppa sia ormai parte del patrimonio nazionale, mentre la federazione locale, per bocca del segretario generale Abdoulaye Sow, ha annunciato ricorso immediato al Tas di Losanna, bollando la sentenza della Caf come “una farsa, una decisione senza alcun fondamento giuridico”. E in effetti, se si analizza il precedente più simile, ovvero quello della finale di Champions League africana del 2019 tra Wydad Casablanca ed Espérance Tunis, il quadro che emerge non è dei più rassicuranti per i senegalesi: anche in quel caso, i marocchini del Wydad abbandonarono il campo per protesta contro una decisione arbitrale, e dopo alterne vicende il Tas finì per dare ragione all’Espérance, assegnando loro il Titolo e di fatto convalidando l’applicazione delle norme che puniscono l’interruzione del gioco. Un precedente che il Marocco, nella sua nota ufficiale, non ha mancato di evocare parlando di “ristabilimento della legalità”, ma che il Senegal prova a distinguere sottolineando come, a differenza del Wydad, i giocatori di Koulibaly siano poi rientrati in campo e abbiano regolarmente concluso la partita, vincendola.

Le medaglie, i premi in denaro e lo spettro di una lunga battaglia legale

Oltre alla coppa, il nodo riguarda anche i premi economici e i riconoscimenti materiali: la Caf aveva messo in palio dieci milioni di dollari per il vincitore, ma la federcalcio senegalese, forte del proprio credito, non ha alcuna intenzione di restituire alcunché, e lo stesso vale per le medaglie d’oro che i giocatori indossano ancora con orgoglio. Moussa Niakhaté, difensore del Lione, ha pubblicato una storia in cui mostra la medaglia e la coppa, accompagnando l’immagine con risate e commenti ironici, mentre Ismaila Sarr e Habib Diarra si sono limitati a postare faccine sorridenti e foto della parata di Dakar, quasi a voler sbeffeggiare la decisione della Caf. In questo clima di scontro aperto, la federazione marocchina continua a mantenere un profilo istituzionale, ringraziando l’organo continentale per aver “promosso il rispetto delle regole”, ma appare scontato che la parola definitiva spetterà al Tas, chiamato a districarsi tra interpretazioni opposte dell’articolo 82 del regolamento della Coppa d’Africa. E mentre i legali preparano le memorie difensive, il popolo senegalese continua a sfilare virtualmente attorno a quel trofeo che, come ha scritto Koulibaly, “è lì e non si muove”.

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