Un adolescente su tre fuori dai social? Perché è una buona notizia
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Redazione Esteri
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Dopo che la Gran Bretagna ha dichiarato di voler vietare i social media ai minori di 16 anni, in molti media c'è stata una moltiplicazione di articoli che ha cercato di invalidare la strategia degli inglesi, usando come preteso un presunto fallimento dell'analoga strategia già adottata in Australia, prima nazione al mondo ad aver preteso dalle piattaforme digitali di farsi responsabili e garanti di tale divieto.
L'esclusione dai social media per i minori di 16 anni in Australia, secondo i ricercatori di uno studio pubblicato sul British Medical Journal, uno dei primi dopo che il Paese ha adottato questo tipo di misura, avrebbe avuto poco impatto sulle abitudini degli adolescenti. Lo scorso dicembre l'Australia, tra i primi Paesi al mondo, ha bloccato l'accesso agli under 16 a social come FaceBook, Instagram e TikTok, con l'intento di proteggere i minori da fenomeni come bullismo o algoritmi predatori.
Proteggere i minori non è censura
La discussione sul possibile divieto di accesso ai social media per i minori di 16 anni ha il merito di aver portato all'attenzione dell'opinione pubblica un tema che non può più essere considerato marginale. Non stiamo discutendo soltanto di tecnologia, libertà individuali o abitudini digitali. Stiamo discutendo della salute mentale e dello sviluppo delle nuove generazioni.
Negli ultimi anni smartphone, social network e piattaforme digitali sono diventati l'ambiente quotidiano in cui i ragazzi crescono, costruiscono relazioni, cercano riconoscimento e definiscono la propria identità, un fenomeno che ha modificato in profondità le dinamiche relazionali tradizionali e che richiede un approccio nuovo e più incisivo da parte delle istituzioni.
Il diritto di scollegarsi: social sotto i 16 anni, non basta educare
Il punto di vista del neuropsichiatra Stefano Vicari, che da tempo segue le implicazioni cliniche dell'uso precoce della tecnologia, offre una chiave di lettura che supera la sterile contrapposizione tra proibizionismo e libertà assoluta. Mentre in Italia la legge sulla tutela dei minori online resta impantanata in un labirinto burocratico e politico che ne procrastina l'approvazione, l'Australia raddoppia le multe alle Big Tech, arrivando a comminare sanzioni fino a 99 milioni di dollari australiani per le piattaforme che non impediscono l'accesso ai social ai minori di 16 anni.
Questa scelta, che potrebbe sembrare draconiana a chi guarda al digitale come a uno spazio di libertà senza confini, rappresenta in realtà un cambio di paradigma: sposta il dibattito dal terreno, ormai insufficiente, dell'educazione digitale a quello della responsabilità pubblica delle aziende tecnologiche.
Un precedente che interessa la scuola italiana
È una notizia che dovrebbe interessare molto la scuola italiana, perché interroga direttamente il ruolo degli insegnanti e delle famiglie nella mediazione tra i ragazzi e un ecosistema digitale che spesso sfugge a qualsiasi forma di controllo.
L'approccio australiano, lungi dall'essere un fallimento come alcuni affrettatamente sostengono sulla base di uno studio preliminare, pone invece l'accento su un principio che in Europa fatica ad affermarsi: le piattaforme non sono semplici spazi neutrali, ma attori economici che progettano algoritmi per trattenere l'attenzione degli utenti, e questa architettura di persuasione risulta particolarmente pericolosa per le menti in formazione.
Che un adolescente su tre possa essere temporaneamente escluso da questi meccanismi di cattura non è un danno, ma una protezione, un argine che consente di restituire tempo e spazio a esperienze di crescita più autentiche e meno mediate dallo schermo.




