La via francese al divieto dei social per gli under 15 e le perplessità di chi dei social vive

La via francese al divieto dei social per gli under 15 e le perplessità di chi dei social vive
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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’Assemblea nazionale francese ha compiuto un passo destinato a fare scuola, approvando con un’ampia maggioranza, 130 voti a favore e soltanto 21 contrari, un disegno di legge che vieta l’accesso ai social media ai minori di 15 anni -3-7. Il provvedimento, voluto con forza da Emmanuel Macron e incardinato in una strategia più ampia di protezione dell’infanzia digitale, si appresta ora a superare l’esame del Senato con l’obiettivo dichiarato di entrare in vigore dal prossimo settembre, facendo della Francia il primo paese in Europa a introdurre una barriera così netta, dopo l’esperienza pilota dell’Australia che ha fissato a sedici anni la soglia minima -3-9. Il presidente francese, del resto, è stato chiaro nel motivare la scelta: le menti dei più piccoli, ha detto, non possono essere merce di scambio né per le piattaforme americane né per le reti cinesi, e i loro sogni non devono essere plasmati dagli algoritmi -7.

Eppure, mentre Oltralpe si accelera verso una chiusura netta, nel dibattito italiano emergono voci dissonanti che, pur partendo dalla constatazione dei pericoli della rete, mettono in guardia dall’efficacia stessa di un divieto secco. Tra queste spicca quella di Lorenzo Ferrari, imprenditore digitale e content creator di venticinque anni, il quale, intervistato sul tema, ha espresso un parere che capovolge la prospettiva: per lui il divieto rappresenta già di per sé un approccio sbagliato, poiché l’effetto proibizionistico, come insegna la psicologia, finisce spesso per alimentare l’attrazione verso ciò che è interdetto, rendendo la norma eludibile e quindi sostanzialmente inefficace. Ferrari, che dei social ha fatto il suo mestiere e che con essi intrattiene un rapporto complesso fatto di odio e amore, propende piuttosto per l’introduzione di limiti orari strutturati, una forma di regolamentazione che, a suo avviso, responsabilizzerebbe senza cadere nella trappola del divieto assoluto, facilmente aggirabile con l’astuzia tipica degli adolescenti.

Sul fronte opposto, ma con una competenza maturata anch’essa sul campo, si colloca Riccardo Pirrone, social media manager di Taffo e figura di spicco del settore, la cui posizione è invece netta e senza sfumature. Pirrone, che pure conosce le dinamiche della comunicazione digitale per averle padroneggiate, equipara l’accesso di un tredicenne ai social alla guida di un’automobile: così come non si lascerebbe un ragazzino al volante, non lo si dovrebbe mettere davanti a un algoritmo progettato per trattenerlo, in un ambiente che non è affatto un parco giochi ma un territorio insidioso, dove un minore non possiede gli strumenti per difendersi da solo -1. La sua riflessione affonda nella storia stessa del limite, ricordando come la fatidica soglia dei tredici anni, oggi percepita come inadeguata, nacque negli Stati Uniti da un intervento del vicepresidente Al Gore nel 1998, il quale chiese al Congresso di dare ai genitori il diritto di autorizzare la raccolta di dati dai minori, un’intenzione lodevole che però non teneva conto dell’evoluzione mostruosa che le piattaforme avrebbero subito negli anni a venire.

Dalla cronaca di una legge annunciata alle soluzioni praticabili

La discussione, dunque, si fa sempre più complessa e non può limitarsi alla sola fissazione di un’età anagrafica. Pirrone stesso, pur dichiarandosi favorevole a un blocco preventivo, sottolinea come le piattaforme non si stiano attivando in modo autonomo per risolvere il problema e come la responsabilità, sebbene sia anche dei genitori, non possa essere scaricata solo su un’educazione digitale che spesso resta un’enunciazione di principio -1. La sua proposta guarda a una soluzione strutturale e tecnologicamente avanzata, ovvero l’introduzione di un’identità digitale certificata, una sorta di passaporto per navigare, che avrebbe il duplice effetto di azzerare l’hate speech e cancellare i profili fake. Una soluzione, questa, che però si scontra con l’interesse stesso delle piattaforme, poiché significherebbe ridurre drasticamente il loro traffico e, di conseguenza, i loro profitti, un ostacolo che rischia di rendere vano qualsiasi sforzo legislativo che non imponga loro un adeguamento tecnologico. E mentre il Senato francese si prepara a valutare la fattibilità tecnica del divieto, consapevole che la vera sfida sarà costringere i colossi del web a verificare l’età senza violare la privacy, la sensazione è che la strada verso una protezione reale dei minori sia ancora lunga e piena di insidie, tra la necessità di non creare database vulnerabili e il rischio concreto che i ragazzi, allontanati dalle piattaforme principali, si rifugino in angoli oscuri e incontrollabili della rete -3.

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