Vicenza, il quindicenne disabile che disse la verità e fu scaricato dal bus: procedimento disciplinare per l’autista

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La dinamica, invero, possiede i contorni di una messinscena grottesca più che quelli di una ordinaria domenica di febbraio. Un ragazzo di quindici anni, con disabilità, sale sul mezzo della linea 12 a San Felice, frazione di Piovene Rocchette; cerca l’abbonamento nello zaino, non lo trova – poi si scoprirà che invece era lì, infilato chissà in quale tasca secondaria, tradito forse dalla fretta o da quel disordine mentale che certe difficoltà comportano – e senza attendere l’arrivo di un eventuale controllore si rivolge spontaneamente all’autista: «Ho dimenticato la tessera». Una ammissione di colpa che lui, nella sua integrità, riteneva doverosa. E l’uomo alla guida, invece di applicare la procedura che pure la Società Vicentina Trasporti prevede in maniera esplicita, ossia la sanzione pecuniaria annullabile entro quindici giorni previa esibizione del Titolo valido, gli intima di scendere. Sotto la pioggia. Da solo.

La Svt, come è doveroso che fosse, ha aperto un procedimento disciplinare nei confronti del conducente; lo ha comunicato con una nota asciutta, quasi burocratica, nella quale si precisa che quel comportamento, ove confermato – e le dichiarazioni della madre, raccolte dalla stampa locale, paiono purtroppo circostanziate –, contrasta frontalmente con la carta dei servizi e con la politica aziendale. Il presidente Marco Sandonà ha speso parole di scusa pubbliche, e ha definito l’episodio increscioso. Il ragazzo, nel frattempo, è rimasto fermo al palo della fermata mentre il bus ripartiva; ha chiamato il nonno con il cellulare ed è stato riaccompagnato ad Altavilla, dove la famiglia risiede.

Il regolamento tradito e la multa che nessuno ha elevato

La circostanza che più stride, agli occhi di chiunque si soffermi sulla vicenda, è lo scarto tra ciò che le norme impongono e ciò che invece è accaduto. Sul sito della Svt è scritto, in caratteri che non lasciano spazio a interpretazioni, che l’abbonato sprovvisto del titolo al momento del controllo viene diffidato e multato, ma che la sanzione decade qualora, entro due settimane, l’utente dimostri di essere in regola. Una procedura, questa, che concilia l’esigenza di verificare il pagamento del servizio con la fisiologica distrazione umana. Il quindicenne, nel suo gesto di onestà, avrebbe dovuto vedersi appioppare un verbale – e la madre, intervistata, ha ripetuto più volte che avrebbe pagato volentieri, pur di non vedere il figlio mortificato in quel modo –, non essere espulso dal mezzo come fosse un clandestino. Non vi è stata alcuna multa, però: soltanto lo scarico di responsabilità di chi, forse ritenendo più semplice liberarsi del problema, ha agito al di fuori di ogni protocollo.

L’intervento di Zaia e il nodo della discrezionalità

Luca Zaia, che della Regione Veneto è il presidente, ha rotto il silenzio con una dichiarazione che non ammette repliche: «Il rispetto viene prima di ogni procedura». Parole nette, le sue, che pure evitano accuratamente di condannare in via preventiva l’autista ma che pongono l’accento su un crinale delicatissimo, quello della discrezionalità. Perché, ed è il presidente a sollevarlo, un minore con disabilità che si autoaccusa con sincerità non può essere equiparato a chi froda il sistema. La domanda, retorica solo in apparenza, è dove sia finita l’umanità; e l’interrogativo, che Zaia rivolge all’opinione pubblica e all’azienda, lambisce la natura stessa del trasporto pubblico locale, il quale non si limita a spostare corpi ma trasporta persone, ciascuna con la propria fragilità. L’auspicio, tradotto in atti, è che dal procedimento disciplinare emerga una sanzione esemplare; ma anche, e forse soprattutto, che si avvii una riflessione più estesa sulla formazione del personale viaggiante.

La reiterazione del gesto e il precedenza di Belluno

Non è, purtroppo, un caso isolato. A distanza di poche settimane – quasi il tempo di un respiro – un bambino di undici anni, a San Vito di Cadore, era stato fatto scendere dal bus in mezzo alla neve perché sprovvisto del sovrapprezzo olimpico. Quella vicenda, che aveva suscitato commozione anche per la prontezza con cui il piccolo aveva perdonato il conducente, era parsa a molti una pietra miliare, un monito affinché simili arbitrii non trovassero più spazio. E invece, puntuale, la cronaca consegna un copione analogo, con il medesimo epilogo: l’adolescente a bordo strada, lo sguardo che segue il profilarsi della carrozzeria che si allontana, la pioggia che gli bagna il giubbotto. Le due storie, quella bellunese e questa vicentina, si saldano in una continuità che appare più di una semplice coincidenza; sono lo spia di un malessere diffuso, di una applicazione delle regole che perde di vista il loro fondamento, trasformandosi in mero esercizio di potere.

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