Kaufmann a Rebibbia tra urla, accuse e il silenzio sulle vittime
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Redazione Interno
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L’arrivo in Italia di Francis Kaufmann, estradato dalla Grecia con un volo militare, ha confermato quanto già emerso durante le fasi precedenti dell’indagine: un atteggiamento provocatorio, fatto di urla, minacce e accuse infondate, che nulla ha a che vedere con la collaborazione richiesta dagli inquirenti. Il 46enne, accusato del duplice omicidio di Anastasia Trofimova e della figlia Andromeda, trovati senza vita a Villa Pamphili lo scorso giugno, ha trasformato anche il rientro in una performance teatrale, sostenendo di essere stato malmenato dagli agenti nonostante i referti medici non rilevassero alcun segno di violenza.
Già durante il volo, a bordo del Falcon 900 dell’Aeronautica, Kaufmann aveva dato in escandescenze, rivolgendosi agli agenti con toni minacciosi e promettendo denunce. "Vi faccio causa tutti!", ha ripetuto più volte, senza però fornire alcun elemento concreto a supporto delle sue affermazioni. Una condotta che ricorda quella tenuta durante l’interrogatorio da Larissa, quando aveva sfidato gli investigatori italiani a rivelare la propria identità, in un misto di arroganza e presunto diritto alla difesa.
Una volta atterrato a Ciampino, il suo comportamento non è cambiato. Portato direttamente al carcere di Rebibbia, dove è stato posto in isolamento, Kaufmann ha continuato a sostenere di essere vittima di un complotto. "Sono qui per colpa di Cosa Nostra, della mafia russa e del Kgb", ha dichiarato, senza mai menzionare le due vittime. Un dettaglio che non è sfuggito ai magistrati, i quali stanno ricostruendo gli ultimi movimenti dell’uomo prima del ritrovamento dei corpi.




