“Outcome”, la meta-narrazione di Jonah Hill e il consiglio (non richiesto) di Keanu Reeves

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è una strana alchimia, in “Outcome”, che lo rende imprendibile quasi quanto il suo protagonista. La dark comedy, disponibile da oggi su Apple TV+, rappresenta il secondo sforzo registico di Jonah Hill, il quale non si limita a dirigere ma co-firma la sceneggiatura e si ritaglia un ruolo davanti alla macchina da presa. La pellicola ruota attorno a Reef Hawk, interpretato da un misurato Keanu Reeves; costui è una star amatissima di Hollywood, un’icona la cui immagine pubblica – costruita su decenni di presunta gentilezza e riservatezza – viene messa improvvisamente alle strette da un ricatto. Il pretesto narrativo è un video misterioso, un oggetto del desiderio per i tabloid che minaccia di far esplodere la carriera dell’attore, costringendolo a fare i conti con un passato fatto di dipendenze e relazioni bruciate.

La macchina del perdono hollywoodiana

La trama, in apparenza semplice, si trasforma rapidamente in un viaggio on the road tra le ville di Malibù e gli uffici patinati di Los Angeles. Reef Hawk, infatti, ha trascorso cinque anni lontano dai riflettori per disintossicarsi, e ora che la sua vita sembra a posto, il fantasma di un video compromettente lo costringe a un tour della vergogna. Accanto a lui troviamo un terzetto di personaggi che fungono da àncora: la sua migliore amica Kyle (una Cameron Diaz al rientro sulle scene dopo una lunga pausa) e il fedele Xander (Matt Bomer), oltre allo stesso Hill nei panni di Ira, un avvocato specializzato in crisi di reputazione la cui nevrosi rasenta la macchietta ma rivela una sincerità a tratti disturbante.

L’operazione di Hill, però, è volutamente ambigua. Nonostante le premesse da thriller psicologico, il film si rivela una satura meta-narrativa del sistema delle celebrità, quel meccanismo perverso che divora le star e le trasforma in merce. L’elemento più riuscito, in questo senso, è il cortocircuito tra la vita reale di Reeves (l’uomo più gentile di Hollywood, secondo il copione) e il personaggio fittizio di Reef Hawk. Jonah Hill ha dichiarato di aver pensato a Reeves fin dall’inizio proprio perché rappresenta “l’ultima persona al mondo che vorrei vedere cancellata”. Da qui nasce il paradosso del film: è credibile che un uomo considerato un santo possa nascondere un lato oscuro? La critica internazionale si è divisa su questo punto, con alcuni recensori che hanno definito la pellicola un “disastro” che non sfrutta appieno il carisma dell’attore, mentre altri ne apprezzano la sincerità rozza e impacciata.

Il saggio (e volgare) consiglio di Keanu Reeves

A corollario dell’uscita del film, Keanu Reeves ha rilasciato alcune dichiarazioni che hanno fatto il giro del web, offrendo un’interessante chiave di lettura aggiuntiva al progetto. Nel corso del tour stampa, a un giovane attore che gli chiedeva un consiglio per sopravvivere nel mondo dello spettacolo, la star ha risposto con la schiettezza che lo contraddistingue: “Cerca di non essere un fottuto stronzo”. Ha aggiunto che bisogna andare al lavoro e rispettare le persone con cui si collabora, fino a prova contraria. Un consiglio che sembra uscito direttamente dalla sceneggiatura di “Outcome”, dove il protagonista deve imparare proprio questa lezione elementare di umanità.

Questa dichiarazione ha trovato eco nei commenti dei suoi colleghi di cast. Cameron Diaz, tornata sul set dopo anni di lontananza, ha sottolineato come non esista un manuale per essere famosi e che bisogna costruirsi la propria strada, mentre Matt Bomer ha ribadito l’importanza di tenersi stretti gli amici di una vita, quelli che c’erano prima del successo, per rimanere con i piedi per terra. In un’industria spesso dominata dall’apparenza e dal calcolo, queste parole suonano come un manifesto involontario per il film.

L’elefante nella stanza: Martin Scorsese

Se c’è un motivo per non abbandonare la visione fino ai titoli di coda, questo è il cameo di Martin Scorsese. Il celebre regista interpreta il primo agente di Reef Hawk, uno strano individuo che ha il suo ufficio in una sala da bowling e che si occupava di attori bambini. In una scena cruciale, Scorsese regala un monologo di una tenerezza e una verità sorprendenti, dimostrando che la recitazione è un’arte che il grande cineasta padroneggia quasi quanto la regia. La sua interpretazione è stata unanimemente indicata come il momento più alto del film, un lampo di genio che riassume in pochi minuti il rimpianto, l’affetto e la complessità del rapporto tra un mentore e la sua creatura. “Outcome” non è un bel film, forse, ma è un film che ha il coraggio di mostrare le sue cicatrici, e quella di Scorsese è la più affascinante di tutte.

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