«Papa Leone è uno di noi»: il presidente dei vescovi Usa traccia il bilancio di un anno di pontificato tra pace e sfide globali
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Redazione Interno
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Un anno fa, dalla loggia centrale della basilica vaticana, il mondo scopriva un volato inedito dietro il nome di Leone XIV. Che fosse il primo pontefice americano della storia, questo si sapeva già nei minuti successivi al fumata bianca; ciò che restava da comprendere era lo stile di un papa che, essendo cresciuto tra le missioni peruviane e la curia romana, avrebbe inevitabilmente portato nella cattedra di Pietro una sensibilità unica. A tracciare un bilancio di questi primi dodici mesi – segnati da un’intensa attività diplomatica e da prese di posizione nette sui conflitti internazionali – è ora monsignor Paul S. Coakley, arcivescovo di Oklahoma City e presidente della Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti (USCCB). In una riflessione affidata alle agenzie stampa in occasione dell’anniversario, Coakley ha voluto sottolineare un aspetto specifico che definisce il rapporto tra questo papa e il suo Paese d’origine: la familiarità. «Papa Leone è uno di noi», ha dichiarato, descrivendolo come un uomo «attento ai poveri, consapevole delle sfide globali e ancorato alla fede».
Un «no» secco alla politicizzazione del messaggio evangelico
In un contesto politico statunitense ancora polarizzato – nonostante la rielezione di Trump risalga ormai a oltre un anno fa e non costituisca più una novità di rottura – la voce della Chiesa cerca di distinguersi nettamente dalle logiche di parte. Lo ha fatto, nei mesi scorsi, attraverso la difesa dei migranti e la critica all’intensificazione delle deportazioni di massa, e lo ha fatto di recente con una presa di distanza dalle strumentalizzazioni politiche del messaggio papale. Coakley, in particolare, ha ribadito un concetto che sta a cuore all’episcopato americano: quando la Chiesa interviene nel dibattito pubblico, non sta «facendo politica». «Il Papa – ha spiegato il presidente dei vescovi – non è un rivale del presidente, né tantomeno un politico. È il Vicario di Cristo che parla dalla verità del Vangelo e per la cura delle anime». Questa distinzione, che potrebbe apparire sottile in una lettura superficiale, diventa invece sostanziale se si analizzano gli appelli lanciati da Leone XIV in materia di pace: laddove alcuni commentatori hanno voluto vedere un’ingerenza, Coakley vede un semplice richiamo al bene comune, alla stregua di quanto fatto dai pontefici del secolo scorso di fronte alle guerre mondiali.
Dal ritiro spirituale alle nuove frontiere tecnologiche
Guardando ai dossier concreti che hanno occupato l’agenda vaticana, emerge un pontificato che cerca di coniugare la tradizione della dottrina sociale con le sfide poste dall’innovazione tecnologica. Lo stesso monsignor Coakley ha ricordato come Leone XIV abbia dedicato diverse riflessioni pubbliche all’intelligenza artificiale; un tema percepito come prioritario, al pari di quanto lo fosse la questione operaia per Leone XIII durante la rivoluzione industriale. «L’IA può assistere, ma non può sostituire l’atto umano della fede», ha avvertito il presidente dell’USCCB, citando le linee guida tracciate dal Papa. Accanto a questo, c’è poi il piano più propriamente pastorale e identitario. Coakley ha riportato un dato, relativo alla sua arcidiocesi di Oklahoma City, che riflette forse un entusiasmo diffuso: le persone accolte nella Chiesa nella sua circoscrizione sono aumentate del 63 per cento rispetto all’anno precedente. Se è «troppo presto» per attribuire questi numeri solo all’effetto del nuovo pontificato, ha ammesso il presule, resta evidente che la presenza del primo papa americano agisca come un «catalizzatore» per il rinnovamento spirituale negli Stati Uniti.
Immigrazione e sicurezza: un falso dilemma secondo l’episcopato
Sul fronte caldo delle politiche migratorie, l’intervista di Coakley offre uno spaccato delle tensioni che attraversano il paese. La Conferenza episcopale, in linea con i ripetuti interventi pubblici di Leone XIV, ha assunto posizioni molto nette contro le operazioni di controllo che hanno generato «paura e ansia» nelle parrocchie. «Ci siamo opposti alla deportazione di massa indiscriminata», ha affermato il presidente dell’USCCB, sollevando anche problematiche relative ai centri di detenzione, dove spesso manca l’accesso all’assistenza pastorale. La lezione che l’arcivescovo cerca di trasmettere a chi detiene il potere esecutivo è che non esiste una contraddizione insanabile tra l’accoglienza e la sicurezza nazionale. «Dignità umana e sicurezza nazionale non sono in conflitto – ha insistito –, entrambe sono possibili se le persone di buona volontà lavorano insieme». Una dichiarazione che, pur nella sua linearità, suona come un promemoria etico per una classe dirigente spesso tentata di sacrificare la prima sull’altare della seconda.
La leadership morale oltre le polemiche contingenti
Che piaccia o meno ai suoi critici interni, Leone XIV ha impresso una direzione chiara al suo cammino, concentrandosi su ciò che i vescovi definiscono un «richiamo esigente alla dignità della persona». Dalle prime parole («La pace sia con tutti voi!») fino all’esortazione apostolica *Dilexi Te*, il filo rosso del pontificato sembra essere la continuità con il magistero sociale di Francesco, pur con uno stile più dimesso e, per certi versi, più marcatamente nordamericano nell’approccio gestionale. I giornalisti che lo hanno descritto, durante la serata di Casatenovo lo scorso 7 maggio, come «il primo papa missionario, il primo papa digitale», hanno colto probabilmente l’essenza di questo ministero. Una missione che, come sottolinea Coakley, non cerca il consenso mondano ma «la verità e l’autenticità»; e che, per la Chiesa americana, rappresenta forse l’occasione più grande per guardare oltre lo steccato della polarizzazione e riscoprire quella funzione di «lievito» nella società che il Vangelo richiede.




