Papa Leone XIV condanna il "fascino delle armi" e invoca la pace tra le crisi globali

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Davanti a una piazza San Pietro gremita di fedeli, papa Leone XIV ha lanciato ieri un appello accorato contro la guerra e l’uso crescente di armamenti sempre più sofisticati, definendoli «una tentazione da respingere». Le sue parole, cariche di un pathos che richiama i toni dei suoi predecessori, hanno riecheggiato tra le colonne del colonnato berniniano mentre elencava i conflitti che continuano a insanguinare il mondo: dall’Ucraina, dove la resistenza prosegue nonostante i recenti attacchi russi, al Medio Oriente, con le tensioni tra Iran e Israele e l’interminabile crisi a Gaza. «Il cuore della Chiesa è straziato», ha affermato il pontefice, sottolineando come la brutalità dei moderni conflitti, alimentata da tecnologie belliche avanzate, rischi di trascinare l’umanità in una barbarie senza precedenti.

Il riferimento implicito alle potenze coinvolte in queste crisi – dagli Stati Uniti di Trump, riaffermatosi alla Casa Bianca con una linea dura in politica estera, ai governi europei divisi sulle forniture militari – è apparso evidente. Senza citare direttamente nessuno, Leone XIV ha evocato le parole di papa Francesco, ricordando che «la guerra è sempre una sconfitta», un monito che suona come un rimprovero velato alle diplomazie più aggressive. La Santa Sede, del resto, naviga in acque difficili: i rapporti con Israele, già tesi per le posizioni vaticane sul conflitto a Gaza, si sono ulteriormente raffreddati dopo le ultime dichiarazioni del premier Netanyahu, mentre l’amministrazione americana – nonostante i tentativi di dialogo – sembra privilegiare la logica della deterrenza.

Non è la prima volta che il papa torna sull’argomento. Già il 14 giugno, durante un’udienza giubilare, aveva denunciato l’«atrocità» dei combattimenti moderni, definendoli una minaccia alla dignità umana. Ieri ha ribadito il concetto con ancora maggiore forza, insistendo sul rischio di un’escalation incontrollabile. Le sue parole risuonano in un contesto internazionale segnato da crescenti spese militari e da un riarmo diffuso, che coinvolge sia le grandi potenze sia attori regionali sempre più agguerriti.

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