Le mani dei leader Ue sui nostri risparmi, tra rischi di mercato e piani per sbloccarli
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Redazione Esteri
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Il recente vertice informale di Alden Biesen, in Belgio, dedicato alla competitività, ha sancito un passaggio cruciale per le finanze dei cittadini europei. Il presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa, è stato chiaro nel delineare la nuova rotta: l’obiettivo primario non è più solo stimolare la domanda interna o aumentare i salari, bensì "sbloccare i fondi privati". Si parla, in termini concreti, di mobilitare i risparmi delle famiglie – quelli che giacciono sui conti correnti per un ammontare che sfiora i diecimila miliardi di euro – per dirottarli verso quella che Bruxelles definisce "economia reale" -4-7. Un’operazione che, nelle intenzioni di Ursula von der Leyen e della sua Commissione, dovrebbe avvenire attraverso la creazione di un’Unione dei Risparmi e degli Investimenti, un tassello fondamentale per colmare il gap di competitività con Stati Uniti e Cina e per finanziare la transizione digitale e quella verde -2-9.
La filosofia della "mobilitazione" e i rischi per i piccoli risparmiatori
Il ragionamento che guida i leader europei parte da un presupposto che, per molti economisti, è quantomeno opinabile: i mercati finanziari sono efficienti e le famiglie, se opportunamente incentivate, possono diventare protagoniste del finanziamento alle imprese, anche quelle più rischiose e innovative. Christine Lagarde, presidente della Bce, ha più volte sottolineato come un mercato dei capitali più integrato e profondo sia essenziale per la resilienza dell’eurozona. Tuttavia, come emerge da analisi più attente, l’idea che il risparmiatore medio possa districarsi con competenza tra derivati, obbligazioni e fondi di private equity cozza contro la realtà dei fatti. Le rilevazioni europee ci dicono che solo un quarto delle famiglie possiede una cultura finanziaria sufficiente per orientarsi in questo nuovo scenario. Il pericolo concreto, spiegano gli esperti, è che l’esodo dalla liquidità dei depositi, ritenuta improduttiva, verso strumenti più redditizi ma anche più opachi, inneschi fenomeni di selezione avversa. In pratica, i risparmiatori meno informati potrebbero essere attratti da titoli che promettono alti rendimenti ma che nascondono rischi difficilmente percepibili, mentre prodotti più solidi e trasparenti potrebbero rimanere ai margini del mercato.
La strategia spagnola e la resistenza delle banche
A fare da battistrada a questa nuova filosofia c’è la Spagna, dove il ministero dell’Economia ha già messo in consultazione pubblica un piano per creare un apposito conto di risparmio e investimento destinato ai privati. L’obiettivo dichiarato è quello di spostare oltre un miliardo di euro dai depositi a bassa remunerazione verso azioni, obbligazioni e fondi, seguendo le linee guida del rapporto Draghi e della Commissione. Ma la strada non è in discesa. Alle grandi banche spagnole l’iniziativa non piace affatto, nel timore di veder prosciugata una fonte certa di commissioni e di dover rivedere il proprio modello di business legato alla raccolta del risparmio. Questa resistenza apre uno squarcio su un tema più ampio: se il settore finanziario privato non è in grado o non ha convenienza a indirizzare il denaro verso gli investimenti produttivi, tocca allo Stato o all’Europa farlo, magari con leve fiscali o, peggio, con forme più o meno velate di obbligo.
Le distorsioni dei mercati e l’azzardo morale
L’intera architettura dell’Unione dei Risparmi e degli Investimenti si regge su un altro pilastro teorico che gli stessi vertici Ue, con le loro dichiarazioni, finiscono per minare. Se, come dice Antonio Costa, è necessario "sbloccare" i fondi privati, significa che qualcosa, nel meccanismo attuale, non funziona. La verità, piuttosto cruda, è che i mercati finanziari europei soffrono di asimmetrie informative e di problemi strutturali. In un contesto del genere, incentivare le famiglie a investire direttamente in start-up o in aziende non quotate, magari allettate da agevolazioni fiscali, può rivelarsi una trappola. Si innesca il cosiddetto "azzardo morale": il risparmiatore, magari cullato dalla prospettiva di una garanzia pubblica implicita o da una tassazione favorevole, potrebbe essere indotto a compiere scelte più avventate del normale, esponendosi a perdite che in un mercato regolato sarebbero state filtrate dagli intermediari professionali.
L’impressione, insomma, è che si stia tentando di risolvere un problema – la mancanza di investimenti e la scarsa competitività delle imprese europee – scaricandone il rischio sulle spalle dei cittadini. Invece di intervenire su ciò che da decenni frena la crescita, ovvero politiche di bilancio restrittive e compressione della domanda interna, si preferisce puntare su un’operazione di ingegneria finanziaria. L’obiettivo è convogliare i risparmi delle famiglie, tradizionalmente conservativi, verso asset più rischiosi e illiquidi, illudendosi che basti questo a creare i campioni industriali di domani -5-6. E mentre Bruxelles accelera sulla semplificazione e sulla rimozione degli ostacoli normativi per fondi e gestori, i dubbi sulla reale tutela dei piccoli investitori restano tutti, a partire dalla cronica mancanza di una educazione finanziaria di massa e di una rete di consulenza veramente indipendente -1.




