Una madre si lancia dal balcone con tre figli a Catanzaro, sopravvive solo una bambina di sei anni

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La cronaca nera, quando irrompe con questa brutalità, lascia sempre un vuoto che nemmeno le parole più accurate riescono a colmare. A Catanzaro, una donna di quarantasei anni ha preso in braccio i suoi tre figli – uno dopo l’altro, quasi fosse un gesto quotidiano e invece era l’ultimo – e li ha lasciati cadere dal terrazzo del loro appartamento al terzo piano. Poi si è lanciata a sua volta. Di quell’intera famiglia, l’unica a non aver perso la vita è una bambina di sei anni, la quale si trova ora ricoverata in condizioni definite gravissime.

La piccola, dopo essere stata sottoposta a un delicato intervento chirurgico per contenere le lesioni riportate nella caduta, verrà trasferita presso il centro pediatrico ultraspecialistico dell’ospedale Gaslini di Genova. Una scelta, quest’ultima, che lascia intendere la complessità delle cure necessarie e la fragilità di un organismo così giovane, messo a dura prova da una violenza inaudita. Due bambini, invece, non ce l’hanno fatta: i loro corpi sono stati ritrovati senza vita sul selciato sottostante, mentre la madre, anch’essa sopravvissuta all’impatto, è stata ricoverata in ospedale, sebbene le sue condizioni – al momento della stesura di questo articolo – restino avvolte nel riserbo più stretto.

Un precedente disagio psichiatrico già emerso in passato

Secondo quanto hanno ricostruito gli inquirenti nelle ore immediatamente successive alla tragedia, la donna avrebbe manifestato già in passato un disagio di natura psichiatrica. Nessuno, però, ha saputo – o forse voluto – intervenire prima che fosse troppo tardi. La solitudine di chi soffre, si sa, è spesso invisibile finché non esplode in gesti estremi: e questo caso sembra riprodurre uno schema dolorosamente noto agli addetti ai lavori. La madre, a quanto pare, temeva che qualcuno potesse portarle via i figli; un pensiero fisso, ossessivo, che si è trasformato in una follia omicida-suicida consumata tra le mura domestiche.

Non ci sono dichiarazioni ufficiali sulla dinamica precisa di quei secondi fatali, né i carabinieri hanno diffuso dettagli ulteriori circa l’ora esatta in cui la vicenda si è consumata. Ciò che emerge, invece, è il profilo di una donna che avrebbe agito da sola, senza complici, spinta da un malessere che nessuno – forse neppure i parenti più stretti – aveva saputo decifrare per tempo. Il padre dei bambini, la cui identità non è stata resa nota, avrebbe rilasciato una breve dichiarazione ai cronisti presenti sul posto: “Non potete immaginare il dolore che abbiamo passato”, avrebbe detto, senza aggiungere altro.

La bambina di sei anni al Gaslini di Genova tra speranze e silenzi

Il trasferimento della piccola sopravvissuta all’ospedale Gaslini rappresenta, da un punto di vista strettamente clinico, l’unica nota non del tutto negativa in questa vicenda. Il centro genovese, specializzato in patologie pediatriche complesse e traumi, ha già attivato una procedura d’urgenza per accogliere la bambina, la quale necessiterà di un percorso riabilitativo lungo e incerto. I medici, al momento, non si sbilanciano sulle prognosi: troppo gravi le lesioni riportate, troppo difficile prevedere come un così piccolo reagirà agli interventi già effettuati.

Nel frattempo, il luogo della tragedia – quel balcone al terzo piano, l’appartamento ormai sigillato dai militari – è diventato un punto di transito per curiosi e vicini di casa, molti dei quali si sono detti “sconvolti” nell’apprendere la notizia. Nessuno, a quanto pare, aveva notato segnali premonitori nelle ore precedenti. Eppure, la cronaca insegna che quasi sempre qualcuno, in retrospettiva, ricorda un dettaglio: una parola di troppo, uno sguardo perso, un silenzio innaturale. Ma qui, al momento, nessuno ha riferito nulla di simile.

Depressione post partum e assenza di reti di sostegno

Sebbene non si conoscano con certezza la diagnosi e i trattamenti – se mai ve ne siano stati – cui la donna era stata sottoposta, gli investigatori non escludono che il suo disagio possa essere riconducibile a forme depressive insorte dopo le gravidanze. La frase “ho paura che mi portino via i figli”, emersa nel corso delle indagini, riecheggia nelle testimonianze raccolte e suggerisce una psicosi alimentata dall’isolamento. Senza una rete capace di intercettare questi segnali, senza un sistema di cura accessibile e tempestivo, l’esito, in casi limite come questo, diventa prevedibile solo dopo che il peggio è accaduto.

Due bambini morti, una bambina di sei anni in fin di vita, una madre ricoverata: numeri che sembrano astratti finché non si pensa che, qualche ora prima, in quell’appartamento di Catanzaro, si cenava insieme, si guardava la televisione, si discuteva forse delle faccende di tutti i giorni. Poi, il buio. E un volo di pochi secondi che ha cancellato tutto.

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