Belgio-Usa 4-1, il boomerang del caso Balogun: la lezione di calcio e potere ai Mondiali
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Redazione Sport
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"La storia del calcio è un triste viaggio dal piacere al dovere. Man mano che lo sport è diventato industria, la bellezza che nasce dalla gioia del giocare per il gusto di farlo è andata scomparendo". Così scriveva Eduardo Galeano nel suo imprescindibile saggio da fantasista "Splendori e miserie del gioco del calcio", e quella riflessione, riaffiorata nella notte dei Mondiali, sembrava trovare una drammatica attualizzazione sul campo.
Con questo pensiero ci siamo addormentati, per poi risvegliarci nel cuore della notte per assistere al match che ha messo di fronte gli Stati Uniti e il Belgio, con un altro, inquietante, pensiero a fare da sottofondo: quello dell'attaccante americano Folarin Balogun, squalificato e poi graziato dalla Fifa in una vicenda che porta la firma, per quanto indiretta, del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.
Lo "schiaffo" che viene dal campo
Il risultato è quello che è: un sonoro e inequivocabile 4-1 che i "diavoli rossi" hanno inflitto alla nazionale a stelle e strisce, padrona di casa e grande favorita della vigilia, almeno sulla carta. Se a Bruxelles si parla di una lezione di calcio e umiltà, da Washington si registra l'amarezza per una sconfitta che molti definiscono "dolorosa e pure imbarazzante", tanto più dopo le polemiche che hanno preceduto il fischio d'inizio.
Perché la partita, in realtà, era già cominciata giorni prima, quando la Fifa, su sollecitazione della Casa Bianca, ha deciso di annullare la squalifica comminata a Balogun dopo un cartellino rosso, scatenando un putiferio di critiche e alimentando la percezione di un favore concesso al paese ospitante. La mossa, interpretata come un vero e proprio sopruso regolamentare richiesto da Trump e accordato dal presidente della Fifa Gianni Infantino, ha finito per trasformarsi in un boomerang psicologico per gli stessi americani.
L'effetto boomerang sulla squadra di Pochettino
Prima che il caso Balogun esplodesse, gli Stati Uniti erano considerati alla pari, se non leggermente favoriti, nei pronostici che li davano in corsa per il titolo. Ma la dinamica psicologica innescata dal condono ha sconvolto l'ambiente della squadra guidata da Mauricio Pochettino. La pressione di dover vincere a tutti i costi, dopo aver goduto di uno strappo al regolamento così plateale, si è rivelata un macigno per i calciatori americani, apparsi visibilmente appesantiti e contratti sin dai primi minuti di gioco.
Al contrario, il Belgio di Rudi Garcia ha trasformato l'indignazione collettiva, quella che serpeggiava tra i media e gli appassionati di mezzo mondo, in un carburante straordinario: ogni gol segnato, dalla prima rete fino al poker finale, è stato un colpo inferto non solo alla difesa avversaria, ma anche alla narrazione di un potere che aveva provato a piegare le regole del gioco.
Il karma secondo Francesca Brienza
A sottolineare il clima di rivalsa ci ha pensato, con un post che ha fatto il giro del web, Francesca Brienza, giornalista e moglie del ct belga. "Karma e sangue freddo", ha scritto sul suo profilo Instagram, apparendo sorridente tra i festeggiamenti a fine partita. La citazione del karma, in questo contesto, non è certo casuale: si riferisce proprio alla vittoria ottenuta contro gli Usa nonostante, o forse proprio a causa, della decisione politica che aveva cercato di spostare l'ago della bilancia a favore degli americani.
L'intervento della Fifa, suggerito dall'alto, non solo non ha sortito l'effetto desiderato, ma ha galvanizzato gli avversari e messo in crisi gli stessi beneficiari del favore, dimostrando come il tentativo di piegare lo sport al volere del potere politico possa trasformarsi nella più classica delle iatture. La notte in cui il Belgio ha salvato i Mondiali, come l'hanno definita alcuni commentatori, entra di diritto nella storia del torneo non solo per il risultato squillante, ma per il valore simbolico di una partita che ha detto molto più di quanto non facciano cento pagine di regolamento.




