Biennale Teatro, l’oro a Emma Dante e l’argento a Banushi tra assenze politiche e la presenza della Venezi

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Nella Sala delle Colonne di Ca’ Giustinian, gremita e plaudente nonostante l’assenza a ranghi compatti delle autorità politiche e ministeriali che solitamente gremiscono i palchi istituzionali, si è tenuta ieri la cerimonia di consegna dei Leoni della Biennale Teatro 2026.

A fare da sfondo a un evento che ha premiato i due volti più rappresentativi della drammaturgia contemporanea, la regista palermitana Emma Dante e il giovanissimo drammaturgo albanese Mario Banushi, era presente in sala anche un’altra figura di primo piano del panorama culturale italiano, la direttrice d’orchestra Beatrice Venezi, la cui apparizione pubblica – specie dopo le recenti tensioni che ne hanno segnato l’addio alla Fenice – ha catturato l’attenzione dei cronisti.

L’alternativa poetica di Willem Dafoe

La 54ª edizione del festival, diretta dall’attore e regista Willem Dafoe, si muove sotto il segno programmatico di "Alter Native": un claim che, come spiegato dallo stesso direttore, fonde l’alterità con la propria natura più autentica, cercando di restituire al teatro quella forza rituale che l’omologazione contemporanea rischia di appiattire. Ed è proprio in questa chiave che vanno letti i due riconoscimenti principali: Emma Dante, alla quale è stato attribuito il Leone d’Oro alla carriera, e Mario Banushi, che si è aggiudicato il Leone d’Argento.

La loro arte, seppur partendo da latitudini geografiche e generazionali diverse (Dante esprime una coralità siciliana cruda e poetica, Banushi porta in scena le ferite intime delle migrazioni greco-albanesi), incarna perfettamente quel bisogno di radicamento poetico e di sogno alternativo rispetto alla condizione presente che il direttore Dafoe ha voluto mettere al centro della kermesse.

Emma Dante, le radici siciliane nel barocco di Basile

La motivazione ufficiale del Leone d’Oro a Emma Dante ne ha sottolineato la capacità unica di "innervare la grande lezione di Pirandello, Sciascia e Camilleri", portando la Sicilia e le sue contraddizioni – dalla violenza alla marginalità, passando per la ricerca linguistica – sulla scena internazionale senza mai scadere nel folklore.

Nata a Palermo nel 1967 e fondatrice della compagnia Sud Costa Occidentale, l’artista ha saputo costruire un linguaggio scenico che spazia dal teatro lirico (con memorabili regie alla Scala e all’Opera di Parigi) al cinema, fino a questa recente produzione presentata proprio in laguna.

Durante il festival, l’artista ha infatti debuttato in prima assoluta alle Tese dell’Arsenale con "I fantasmi di Basile", un ritorno all’universo immaginifico e barocco dello scrittore napoletano Giambattista Basile – già fonte di ispirazione per la sua celebre trilogia – dove l’artista dichiara di intercettare "qualcosa di reale e contemporaneo, nonostante l’architettura straordinaria del linguaggio".

Mario Banushi, la forza del racconto familiare

Se Emma Dante rappresenta la certezza di un’arte consolidata, quella del ventisettenne Mario Banushi è stata invece la rivelazione di questa edizione. L’artista greco-albanese, nato negli anni Novanta, ha ricevuto il Leone d’Argento per la sua capacità di trasformare l’esperienza biografica e il dramma della diaspora in un teatro di urgenza poetica; il suo lavoro presentato al festival, parte di un "Romance familiare" più ampio, esplora la condizione di una madre immigrata in Grecia dall’Albania, racchiusa in un appartamento ateniese durante il lockdown.

Quella di Banushi, che ieri ha aperto la cerimonia di premiazione, è una drammaturgia che scava nelle cicatrici della contemporaneità (la distanza, l’identità, la precarietà) con uno sguardo che, sebbene giovanissimo, è già capace di ritagliarsi uno spazio nel panorama teatrale europeo, confermando la linea di Alter Native voluta da Dafoe per questa Biennale.

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