Giletti fuori dagli studi di Rai2 dopo l’attacco all’Inter: “Peggio di Moggi, lo scudetto del 2006 è prescritto”
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Redazione Sport
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L’onda lunga del confronto di San Siro tra Inter e Juventus, e in particolare la discussione arbitrale nata dall’espulsione di Kalutu per il presunto fallo su Bastoni, ha finito per tracimare dagli stadi fino alla televisione pubblica, trovando nel Processo al 90° in onda su Rai2 il palcoscenico di una nuova, aspra polemica. Nel corso della trasmissione condotta da Mazzocchi e Ferrari, e dedicata come di consueto al commento delle vicende calcistiche del weekend, il collegamento con Massimo Giletti ha rapidamente mutato la propria natura, trasformandosi da semplice intervento in un vero e proprio exploit di tensione. Il giornalista, la cui fede calcistica per i colori bianconeri è nota e dichiarata, ha infatti dato vita a un acceso faccia a faccia con il collega Gian Luca Rossi, di chiara fede nerazzurra, incentrato non tanto sull’episodio specifico della partita, quanto piuttosto su una rilettura a tinte fosche di capitoli ormai lontani della storia del calcio italiano.
Il recupero del passato e l’affondo su Calciopoli
Piuttosto che limitarsi all’analisi del match, Giletti ha spostato il baricentro della discussione sugli eventi del 2006, scatenando un dibattito che dagli episodi di gioco si è trasformato in una requisitoria sulle sentenze e le prescrizioni. “Scusami – ha esordito rivolto al collega – ma io sto parlando con persone serie?”. Il riferimento era allo scudetto assegnato all’Inter all’indomani di Calciopoli, un Titolo che, nelle parole del conduttore, porta con sé un marchio indelebile. Per Giletti, infatti, quella vittoria sportiva sarebbe in realtà frutto di una prescrizione, un aspetto procedurale che, a suo dire, avrebbe impedito di fare piena luce sul ruolo di altre società, inclusa la stessa Inter, nelle intercettazioni e nelle indagini che sconvolsero il sistema calcio. “Lo sanno tutti – ha prosegito – è uno scudetto che ha scritto prescrizione”. Il ragionamento si è poi allargato a un paragone destinato a far discutere, ovvero quello tra le presunte responsabilità della dirigenza nerazzurra dell’epoca e quelle di Luciano Moggi, storico dirigente juventino, con Giletti che ha definito l’Inter “peggio di Moggi” in riferimento ai comportamenti emersi – e poi caduti in prescrizione – dai fascicoli processuali.
L’abbandono in diretta e il ricorso alle intercettazioni
L’incalzare delle domande e la fermezza delle risposte hanno creato un clima incandescente in studio, con i conduttori costantemente chiamati a mediare uno scambio di accuse che si faceva via via più aspro. Massimo Giletti, a quel punto, non ha trovato altra soluzione che interrompere bruscamente il collegamento, abbandonando la diretta e lasciando i presenti e il pubblico con il peso di un confronto interrotto. “Io con certa gente non ci parlo, vai a casa”, è stato il suo commiato, prima di allontanarsi. Una chiusura netta che ha però fornito il pretesto per un successivo, ulteriore approfondimento basato sulla richiesta, rivolta al contraddittore, di rileggersi gli atti dell’inchiesta e le carte del procuratore Palazzi. “Vai a leggerti Palazzi – ha intimato – vai a leggerti le intercettazioni che riguardano l’Inter”. Il riferimento, in questo passaggio, era alle conversazioni che avrebbero coinvolto l’allora dirigente nerazzurro Facchetti, intercettazioni che, secondo la tesi sostenuta da Giletti, sarebbero state ben più gravi di quelle contestate alla Juventus, salvo poi essere archiviate senza conseguenze sportive.
Un dibattito che si riaccende sugli stessi cardini
La scelta del giornalista di abbandonare lo studio, lungi dal placare gli animi, ha finito per riaccendere i riflettori su una ferita mai completamente rimarginata del calcio italiano, riproponendo il dibattito nei termini esatti in cui si era arenato anni fa: da un lato chi ritiene che le sentenze abbiano già definito ogni responsabilità, dall’altro chi, come Giletti, continua a sostenere che vi siano capitoli interi della vicenda volutamente lasciati cadere nell’oblio. L’intervento, caratterizzato da una veemenza che ha sorpreso gli stessi conduttori, ha così trasformato una normale trasmissione post-partita in una tribuna di accuse incrociate, dove il racconto della partita è stato del tutto fagocitato dalla rievocazione di antichi rancori. Quanto accaduto su Rai2 rappresenta, in fondo, l’ennesima conferma di come certi argomenti, quando vengono toccati, siano ancora in grado di spaccare l’opinione pubblica e, come in questo caso, di rendere persino difficile la convivenza in studio tra due opinionisti.




