Il giorno in cui Giletti lasciò lo studio: “Quello scudetto è prescritto, con voi non parlo”

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La tensione, quella sottile eppure palpabile che precede certe esplosioni, si tagliava ormai a fette negli studi di Rai2 dove andava in onda l’ultima puntata de “Il Processo al 90°”, programma di approfondimento calcistico condotto da Marco Mazzocchi e Paola Ferrari. L’oggetto del contendere, manco a dirlo, era la moviola di Inter-Juventus, partita che ha lasciato una scia di polemiche destinata a non esaurirsi facilmente: l’espulsione di Pierre Kalulu per un presunto fallo su Alessandro Bastoni, un contatto che le immagini hanno presto ridimensionato a simulazione plateale del difensore nerazzurro, ha funto da innesco per una discussione che presto avrebbe debordato dal merito tecnico per trasformarsi in una resa dei conti storica -4.

Ospite in collegamento, il giornalista Massimo Giletti – la cui fede calcistica bianconera non è mai stata un segreto – si è trovato a dialogare, se così si può chiamare, con Gian Luca Rossi, collega e opinionista di chiara fede interista. Ed è stato proprio Giletti a rompere gli indugi con un’argomentazione che, spostando il piano dal presente al passato, ha toccato il nervo scoperto di Calciopoli -1. “Lo scudetto dell’Inter”, ha esordito con tono perentorio il conduttore de “Lo stato delle cose”, riferendosi al Titolo del 2006 assegnato dalla Figc dopo la retrocessione d’ufficio della Juventus, “lo sanno tutti, è uno scudetto che ha scritto ‘prescrizione’”. Un’affermazione, la sua, che non lasciava spazio a mediazioni: “I reati e le telefonate che faceva il sistema Inter – ha incalzato – erano peggiori di quelli che faceva Moggi”. -6

L’assunto da cui muoveva Giletti affonda le radici in una lunga querelle giudiziario-sportiva: le intercettazioni emerse negli anni a carico dell’allora presidente nerazzurro Giacinto Facchetti, in cui si ipotizzava una pressione sui designatori arbitrali, vennero successivamente archiviate o prescritte, motivo per cui una parte dell’opinione pubblica ha sempre contestato la piena legittimità morale di quello scudetto vinto a tavolino -3. Un tasto, questo, che Rossi evidentemente non ha gradito, innescando la reazione a dir poco stizzita di Giletti: “Siete in malafede se non dite la verità su quelle intercettazioni”, ha tuonato guardando dritto in camera, per poi alzarsi e, con un secco “arrivederci”, abbandonare il collegamento lasciando i conduttori e il pubblico in studio di stucco -1-6.

Il fantasma di Facchetti e la memoria corta del calcio

Se l’innesco della polemica è stata la simulazione di Bastoni – un episodio su cui lo stesso giocatore ha poi mostrato un certo imbarazzo, ammettendo in conferenza stampa di aver “accentuato” il contatto e scusandosi per il comportamento successivo all’espulsione -9 – la deriva assunta dal confronto televisivo dimostra quanto il calcio italiano fatichi a fare i conti con il proprio passato. Giletti, dal canto suo, non ha fatto sconti: ha citato l’allora procuratore federale Palazzi, ha tirato in ballo le carte processuali, ha rinfacciato all’interlocutore una presunta omissione di verità. Una reazione, la sua, che molti hanno giudicato spropositata, ma che altri hanno letto come l’esasperazione di chi si sente preso in giro da una narrazione che, a suo dire, ignorerebbe deliberatamente una parte della storia -6.

Dall’altra parte, Mazzocchi ha tentato invano una mediazione, con un “Buoni tutti, recuperate Massimo” che suonava più come un appello al buonsenso che come una reale capacità di tenere le redini di una trasmissione sfuggita di mano. Ma ormai il dado era tratto: Giletti aveva varcato la porta, lasciando lo studio nel caos più totale e regalando alla rete un picco d’ascolti che, ironia della sorte, ha toccato quota 462mila spettatori e l’8,70% di share -1. La domanda, a questo punto, sorge spontanea: si trattava di una reazione autentica e improvvisata o di una consapevole messa in scena? Chi conosce i meccanismi televisivi sa che la linea tra spontaneità e spettacolo è spesso sottile, ma la veemenza mostrata dal giornalista aveva tutti i crismi della sincerità, per quanto sopra le righe.

L’eco dei social e il ritorno dei fantasmi del passato

La vicenda, com’era prevedibile, ha subito spopolato sui social network, dove il video dell’abbandono è diventato virale in poche ore. I tifosi juventini hanno eletto Giletti a paladino di una verità mai del tutto accertata, mentre la tifoseria interista ha minimizzato, parlando di una reazione isterica e fuori luogo. Quel che è certo è che l’episodio ha riportato prepotentemente alla ribalta il tema delle prescrizioni e delle intercettazioni, un capitolo che la Federcalcio aveva tentato di chiudere anni fa ma che, a ogni nuovo derby d’Italia, torna puntualmente a riaprirsi -8.

Giletti, nel suo intervento, ha usato parole pesanti come macigni: ha parlato di “gente in malafede”, ha accusato l’Inter di aver goduto di un trattamento di favore, ha ribadito il concetto che “le telefonate di Facchetti” sarebbero state persino più gravi di quelle di Luciano Moggi. Un parallelo, il suo, che riaccende una rivalità mai sopita tra le due società, una rivalità che travalica il campo e si insinua nei meandri delle aule di giustizia. Di fronte a ciò, l’atteggiamento di Gian Luca Rossi è apparso più defilato, quasi sorpreso dalla furia dell’avversario, ma la sostanza del suo silenzio – o della sua replica – non ha certo spento la polemica -10.

Una televisione che cambia volto tra sport e intrattenimento

Non si può ignorare, infine, il contesto in cui è avvenuto il tutto: Rai2 in questi giorni è impegnata a raccontare le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, tra medaglie e storie di atleti. Eppure, lo spazio dedicato al calcio ha catalizzato l’attenzione più di qualsiasi gara o podio, dimostrando come il pallone, con le sue passioni e i suoi rancori, resti un genere televisivo in grado di bucare lo schermo come pochi altri. Mazzocchi e Paola Ferrari, dal canto loro, si sono trovati a gestire una situazione che nulla aveva a che vedere con la cronaca sportiva tradizionale, ma che somigliava piuttosto a un talk-show politico, con tanto di ospite che abbandona lo studio in segno di protesta.

Se da un lato si può discutere sull’opportunità di portare certi toni in una trasmissione sportiva, dall’altro va riconosciuto a Giletti il merito – o la colpa – di aver detto ad alta voce ciò che molti pensano in silenzio, e cioè che lo scudetto del 2006 rimane una ferita aperta per una parte consistente dell’opinione pubblica calcistica. Che lo si condivida o meno, il gesto ha rotto un tabù, riaprendo una crepa che si credeva ormai cementata. E mentre gli utenti del web continuano a condividere il video e a commentare, la sensazione è che di questa vicenda si continuerà a parlare ancora a lungo, ben oltre i confini di una semplice moviola o di un banale alterco televisivo -1-6.

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