Dichiarativi 2026, il fisco tra pacchetti sul tavolo e lo spettro del concordato
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
La macchina delle dichiarazioni dei redditi per il 2026 si è messa in moto, e come ogni anno, porta con sé un carico di novità tecniche che i contribuenti, soprattutto quelli con partita IVA, devono smaltire in fretta. L’Agenzia delle Entrate ha infatti rilasciato le versioni definitive dei modelli 730 e Redditi (nelle loro varie declinazioni PF, SC, SP, ENC), insieme a quelli per l’IRAP e il 770. Se per i lavoratori dipendenti il percorso appare ormai consolidato, per gli autonomi la situazione si fa più spinosa. La conferma del Concordato Preventivo Biennale (CPB) per il biennio 2026-2027 era nell’aria, e la struttura di quest’anno ricalca fedelmente quella del precedente: un segnale inequivocabile che il Fisco intende stabilizzare questo strumento di “pace fiscale” preventiva, anche se, come vedremo, le insidie non mancano.
Paradossalmente, l’anno che doveva essere quello della svolta digitale per le partite IVA, con l’estensione ufficiale della precompilata anche a loro, rischia di trasformarsi in un rebus per chi si affida al 730. Il problema nasce da un vero e proprio paradosso normativo che ha sdoppiato il calendario delle Certificazioni Uniche. Per i dipendenti e i pensionati, la scadenza è quella classica del 16 marzo, il che permette ai dati di confluire regolarmente nei 730 disponibili in primavera. Per i professionisti e gli autonomi, però, la finestra temporale si è allungata: il termine ultimo per l’invio delle CU è stato fissato al 30 aprile. Tradotto: chi fa la dichiarazione subito, nella propria area rischia di trovarsi di fronte a un cassetto fiscale vuoto o parziale, perché l’incrocio dei dati non è ancora avvenuto. Una beffa per chi sperava nella semplificazione totale.
Le novità del 730 e il taglio del cuneo
Per chi invece può già procedere, il modello 730/2026 fotografa fedelmente le manovre dell’anno precedente, toccando quasi tutta la platea dei contribuenti. Il taglio del cuneo fiscale, che tanto ha fatto discutere, si riflette direttamente sulle buste paga del 2025 e quindi sulla dichiarazione attuale. In particolare, chi ha avuto un reddito complessivo lordo fino a 20mila euro l’anno scorso ha diritto a una somma variabile che può arrivare fino a 960 euro; una cifra che, va ricordato, non si somma al reddito imponibile ma rappresenta un vero e proprio bonus. Attenzione però ai redditi più alti: chi supera certe soglie deve fare i conti con un meccanismo di riduzione delle detrazioni che si fa più severo, specie oltre i 75mila euro lordi annui, dove il recupero fiscale subisce una decurtazione sensibile. Una girandola di numeri che impone calcoli certosini per non farsi sfuggire detrazioni mediche, interessi sul mutuo o spese di ristrutturazione.
Il concordato 2026-2027, un’adesione ad alto rischio
Tornando ai lavoratori autonomi, la vera partita si gioca sul tavolo del Concordato Preventivo Biennale. La proposta del Fisco per i prossimi due anni è già in fase di elaborazione, con scadenza per l’accettazione fissata al 30 settembre, ma il clima non è dei più sereni. Da un lato, c’è la necessità di convincere quelle 460mila partite IVA che avevano detto sì al primo giro a rinnovare la fiducia. Dall’altro, c’è un cortocircuito legislativo che rischia di rendere il patto poco conveniente. La Legge di Bilancio 2026 ha infatti ripristinato l’iper-ammortamento per i beni strumentali, un’agevolazione che però, allo stato attuale, è preclusa a chi sceglie di aderire al concordato. Chi accetta il reddito proposto dal Fisco, di fatto, non può poi applicare queste variazioni in diminuzione in dichiarazione, perdendo un beneficio che potrebbe essere anche sostanzioso. Un effetto collaterale che rischia di bloccare le adesioni, in attesa che un possibile correttivo governativo (annunciato ma ancora non operativo) vada a rattoppare la faglia.




