Bologna, fermato il killer del capotreno: 27 ore di caccia all'uomo da Milano a Desenzano

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Si è conclusa nella serata del 6 gennaio, con le manette scattate in piazza Einaudi a Desenzano del Garda, la caccia all'uomo scattata dopo l'omicidio di Alessandro Ambrosio. Il capotreno di 34 anni, dipendente Trenitalia e residente ad Anzola dell'Emilia, è stato infatti mortalmente accoltellato alle spalle, la sera precedente, in un'area riservata ai dipendenti del parcheggio ovest della stazione di Bologna Centrale. L'aggressione, avvenuta verso le 18.30 mentre Ambrosio, fuori servizio, si accingeva probabilmente a rientrare a casa, ha immediatamente innescato un vasto dispiegamento investigativo, coordinato tra Squadra Mobile e Polizia Ferroviaria, per individuare il presunto autore: un uomo, come emerso subito, senza fissa dimora e già noto per la sua presenza, quasi fantasma, nelle grandi stazioni italiane a partire dal 2019.

Il percorso della fuga attraverso la pianura

Le indagini, che hanno ricostruito un itinerario di fuga intenso e quasi frenetico, hanno rivelato come il ricercato, dopo il fatto di sangue bolognese, abbia puntato rapidamente verso nord. La sua traiettoria lo ha portato infatti fino a Milano, dove è stato individuato mentre, servendosi del trasporto pubblico, si spostava dalla centrale stazione di Porta Garibaldi verso l'area dell'ospedale Niguarda. Questo movimento, del tutto casuale rispetto agli obiettivi delle forze dell'ordine che già ne circolavano la fotografia, dimostra una certa conoscenza dei luoghi e dei nodi di comunicazione, tipica di chi, non avendo una residenza stabile, fa degli scali ferroviari il proprio habitat principale. La fuga, durata poco più di un giorno, è proseguita poi in direzione del lago di Garda, dove si è consumato l'epilogo.

Il fermo e l'identificazione del sospettato

Il presunto killer è stato infine bloccato da una pattuglia del commissariato di Desenzano poco dopo le 20.30, mentre si trovava nelle immediate adiacenze della stazione ferroviaria locale. Alla fermata, l'uomo – un cittadino croato di 36 anni, identificato dalla polizia come Marin Jelenic (o Jelenik) – non aveva con sé documenti di riconoscimento, circostanza che ne ha inizialmente complicato l'identificazione certa. Gli agenti, però, hanno potuto far ricorso a un sofisticato sistema di comparazione delle impronte digitali, tecnologia che ha permesso di confermare inequivocabilmente la sua identità e di collegarlo, di conseguenza, al mandato di arresto per l'omicidio di Bologna. Una procedura, questa, che ha chiuso il cerchio delle ricerche senza lasciare spazio a dubbi sull'identità del fermato.

Un profilo segnato dall'assenza di radici

Il quadro che emerge dal racconto investigativo è quello di un individuo senza legami stabili con il territorio, la cui biografia recente sembra confondersi con la geografia anonima dei grandi snodi di transito. La sua presenza, registrata nelle stazioni a partire da diversi anni fa, delinea una figura sfuggente, che ha fatto dell'assenza di un domicilio e della mobilità costante i propri tratti distintivi. Elementi, questi, che hanno senza dubbio influenzato le dinamiche della fuga, permettendogli di spostarsi rapidamente sfruttando le infrastrutture ferroviarie, ma che alla fine non sono stati sufficienti a eludere una rete investigativa serrata, la quale ha lavorato senza interruzione per tutta la durata delle ventisette ore successive al delitto, fino a stringere il cerchio nella stazione lacuale.

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