Il peso della croce e il coltello di Bergamo: la prima Pasqua di Leone tra guerre e cronaca nera
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Redazione Interno
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C’è una immagine che resterà impressa nella memoria di chi quella sera si è trovato sotto la luce fioca del Colosseo, o magari l’ha seguita da casa: la schiena curva del Papa che avanza, il legno della croce sulle spalle. È la prima Via Crucis di Leone XIV, un rito antico che il pontefice americano ha voluto reinterpretare caricando quel simbolo «di tutte le sofferenze del mondo». Non un esercizio di devozione fine a se stesso, ma un atto politico – se così si può chiamare – perché mentre Leone si fermava stazione dopo stazione, i missili continuavano a cadere in Medio Oriente e le trincee del Donbas restavano insanguinate. «Non possiamo raccontare la guerra come un videogioco», ha ripetuto, invitando a guardare il conflitto «con gli occhi delle vittime»; un’invocazione che, nella Roma del Venerdì Santo, risuonava come una lama a doppio taglio, capace di ferire le coscienze di chi quelle guerre le decide o le finanzia.
Il paradosso, in fondo, è sotto gli occhi di tutti e si chiama Casa Bianca. Da quando Trump è tornato alla presidenza – e non c’è bisogno di ricordare che lo è «di nuovo» – il rapporto con il Vaticano si è incrinato su fronti caldi che vanno dall’immigrazione al sostegno militare a Israele. Leone non ha mai nominato direttamente l’inquilino dello Studio Ovale, ma lo ha fatto per interposta persona attraverso i suoi vescovi: il cardinale McElroy ha bollato la guerra come «moralmente illegittima», mentre altri hanno paragonato la retorica bellica a un «wargame». Nel frattempo, la croce che il Papa ha portato lungo le quattordici stazioni – un gesto che non si vedeva dai tempi di Giovanni Paolo II – diventava così il contraltare fisico, tangibile, della propaganda trumpiana che, secondo i bene informati, avrebbe tentato di «arruolare il cristianesimo» nella propria macchina bellica.
Un microcosmo globale tra le antiche pietre
Eppure, tra le mura del Colosseo gremito da trentamila fedeli – come riportano le cronache di chi ha contato i biglietti e le presenze – lo scenario era quello di una umanità varia e in attesa. Si parlava francese, spagnolo, indonesiano; qualcuno aveva fatto la fila dal primo pomeriggio, stringendosi il piumino per resistere al vento che spira tra gli archetti. Non c’erano solo i pellegrini tradizionali, ma anche qualche statunitense, magari in fuga dal clima politico rovente di casa, venuto a cercare un senso diverso di appartenenza. La processione, scandita dalle meditazioni del frate Patton, non lesinava colpi bassi alla superbia umana: il peso della croce, spiega il testo, è «dolce» perché redime, ma Leone l’ha reso «gravoso» caricandolo dei pianti di Gaza e delle macerie di Kiev. Era un contrappeso che il Papa ha scelto di sostenere da solo, rifiutando la distanza cerimoniale che spesso separa il pontefice dal popolo.
Ma la Pasqua del 2026, occorre dirlo, non è stata solo preghiera e geopolitica. L’altra faccia della medaglia, quella più cruda e difficile da digerire, arriva dalla provincia di Bergamo dove un ragazzo di tredici anni ha spezzato la vita di una professoressa di francese. L’accoltellamento – avvenuto nei corridoi di una scuola media di Trescore Balneario – ha dell’incredibile non solo per la violenza gratuita, ma per la modalità: lo studente indossava una maglietta con scritto «Vendetta» e ha trasmesso il tutto in diretta su Telegram. Le indagini, coordinate dalla Procura per i minorenni di Brescia, hanno rivelato un quadro agghiacciante: il ragazzo, che non è imputabile per l’età, avrebbe confessato ai carabinieri di essere «dispiaciuto di non averla uccisa», aggiungendo di voler eliminare anche i genitori.
La polvere da sparo social e l’occupazione dei ruderi
Cosa scatta nella testa di un tredicenne per trasformare un’aula scolastica in un set cinematografico dell’orrore? Gli inquirenti hanno sequestrato materiale chimico nella sua abitazione – sostanze potenzialmente esplosive – e un arsenale di coltelli acquistati sempre attraverso i canali oscuri del social network. Non si tratta, dunque, di un raptus improvviso, ma di una pianificazione fredda che ha trovato nella piattaforma un amplificatore perverso. La vittima, nel frattempo, è fuori pericolo ma resta sotto choc; il suo legale ha parlato di un «indottrinamento» subito dal ragazzo davanti a uno schermo, sollevando il tema spinoso della responsabilità delle piattaforme e dell’abisso di solitudine in cui spesso affogano i giovanissimi.
Non basta. La cronaca di questi giorni mescola il dolore alla cronaca nera più squallida, quella che riguarda il degrado civile. Un reportage televisivo – andato in onda nel programma di approfondimento di Retequattro – ha puntato i riflettori su Mondragone, nel Casertano, dove alcuni ruderi di epoca romana sarebbero stati occupati abusivamente. La vicenda, che mischia la tutela del patrimonio archeologico alle problematiche abitative della locale popolazione rom, sembra uscita da un romanzo di inchiesta: da un lato l’archeologia che si sgretola, dall’altro la necessità di riparo che calpesta la storia. Le telecamere hanno mostrato uno scenario surreale, dove il Foro e i templi diventano rifugi di fortuna, in attesa che la politica (e la magistratura) trovino una quadra tra diritti umani e dovere di conservazione.
Grilli e ghiottornie: il futuro nel piatto?
Infine, a chiudere il cerchio di un’Italia che guarda avanti con timore e indietro con nostalgia, c’è l’inchiesta sui grilli. Sì, avete capito bene: mentre il Papa alza la croce e gli adolescenti brandiscono coltelli, il dibattito pubblico si interroga se domani dovremo mangiare insetti. Nonostante il fallimento di colossi come la Ynsect – l’azienda transalpina leader nell’allevamento industriale di insetti – l’Europa continua a finanziare questa frontiera alimentare. Per i detrattori si tratta di una imposizione ideologica, per i fautori di una necessità ecologica; fatto sta che mentre si discute, nelle mense scolastiche italiane si continua a servire pasta asciutta, e l’idea di sostituire la bistecca con le farine di grillo fa ancora sorridere o inorridire.
In questo mosaico di frammenti – la fede che si sporca le mani con la politica, la violenza adolescenziale che si fa spettacolo, l’archeologia ostaggio dell’emergenza e il cibo del futuro che fa paura – l’Italia di Pasqua si ritrova spaesata. Leone XIV ha cercato di dare un senso a questo caos attraverso il rito, ma la sensazione, uscendo dal Colosseo, è che la croce sia ancora troppo leggera per il peso di tutto questo dolore.




