Pamela e il giallo della tomba profanata, Francesco Dolci in caserma a Bergamo con l’avvocato Bergamo

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Si torna a parlare del caso di Pamela Genini, la giovane uccisa lo scorso ottobre a Milano, e di quella che ormai è diventata una vicenda parallela dai contorni inquietanti: la profanazione della sua salma nel cimitero di Strozza, in provincia di Bergamo. Intorno alle undici di mercoledì 6 maggio, Francesco Dolci, l’uomo che la notte del delitto fu l’ultimo a sentirla al telefono poco prima che l’ex compagno Gianluca Soncin la aggredisse, è comparso al Comando provinciale dei carabinieri di Bergamo. Con lui c’era la sua avvocata, Eleonora Prandi, e una presenza, quella del legale, che di solito trasforma un semplice passaggio informativo in un atto formale dal peso specifico ben maggiore, suggerendo che l’audizione potrebbe rappresentare un crocevia per le indagini.

La sua convocazione, o la sua decisione di presentarsi agli inquirenti – i dettagli su chi abbia effettivamente cercato chi restano ancora avvolti nel riserbo – si inserisce in una fase di presunte accelerazioni. Dopo una serie di audizioni che nelle scorse settimane hanno coinvolto vari testimoni, l’attenzione si è concentrata nuovamente su Dolci, il 41enne impresario edile di Sant’Omobono Terme che aveva avuto una relazione con Pamela in passato. L’obiettivo dei militari del Nucleo investigativo, in questo nuovo faccia a faccia, è fare chiarezza su un aspetto particolare emerso dalle carte dell’inchiesta: il ruolo delle fotografie che lo stesso Dolci ha scattato al loculo della vittima, ben prima che lo scempio venisse alla luce.

Lo scatto che accusa e lo sguardo degli investigatori

Al centro del dibattito ci sono otto immagini, otto fotogrammi che Dolci ha realizzato tra il 7 novembre 2025 e il pomeriggio del 23 marzo 2026, giorno in cui i familiari, recatisi al cimitero per trasferire il feretro nella tomba di famiglia, scoprirono l’orrore: il loculo era stato violato e il era stato decapitato. Dolci, che si presenta come un ex fidanzato tormentato e desideroso di giustizia, ha sempre sostenuto di aver immortalato la tomba per denunciare presunte incurie o anomalie tecniche, come viti girate diversamente o la poca cura della lapide provvisoria.

Tuttavia, gli inquirenti stanno osservando quelle foto con una lente diversa, molto più pratica che sentimentale. In particolare, l’occhio esperto dei carabinieri si è fermato su un dettaglio visibile già nel primo scatto, risalente a nemmeno due settimane dopo il funerale. Nell’angolo in basso a destra della lastra, si noterebbe una macchia compatibile con residui di mastice grigio, lo stesso materiale che verosimilmente è stato usato per richiudere il loculo dopo la manomissione. L’ipotesi investigativa, se confermata, sposterebbe la data della profanazione a prima del 7 novembre, e non a ridosso della scoperta, un dettaglio non da poco che ridefinirebbe l’intera tempistica del delitto.

Un delitto nella tomba e il filo dell’ossessione

La bara, come emerso dai rilievi, è stata aperta tagliando la lastra di zinco su tre lati e ripiegandola all’indietro. Un’operazione che richiede tempo, attrezzi specifici come un flessibile e, a detta degli esperti, una certa dimestichezza con il metallo. Francesco Dolci, che per lavoro è impresario edile e a sua volta opera nel settore delle onoranze funebri, possiede tecnicamente le competenze per compiere un simile gesto. Tuttavia, lo stesso Dolci ha sempre respinto al mittente ogni accusa, sostenendo una tesi che ribalta la prospettiva: se il profanatore fosse stato un ossessionato dal volto di Pamela, sostiene l’uomo, non avrebbe mai rischiato di rovinare le fattezze della vittima con le scintille del metallo tagliente, scegliendo un metodo così brutale e “invasivo”.

In questo contesto, la chiamata in caserma non rappresenta un’accelerazione formale verso un’accusa precisa – Dolci al momento non risulta indagato per vilipendio di cadavere o furto -2 – ma piuttosto il tentativo di ricostruire un puzzle la cui chiave potrebbe essere proprio la sequenza temporale degli avvenimenti. I carabinieri, insieme alla Procura di Bergamo, hanno del resto lanciato un appello pubblico a chiunque abbia scattato foto o video del loculo nel lasso di tempo compreso tra il 24 ottobre 2025 e il 23 marzo 2026, un segnale che chi indaga brancola ancora nel buio e cerca disperatamente un testimone oculare, anche solo attraverso un vecchio scatto dimenticato.

L’ombra lunga di Soncin e il mistero della testa

Mentre Francesco Dolci risponde alle domande dei militari in via delle Valli, la scia di sangue e mistero si intreccia inevitabilmente con la figura di Gianluca Soncin, l’ex compagno che attende il processo con rito abbreviato per l’omicidio della 29enne. È stato lui a uccidere Pamela con una serie di coltellate quella notte d’ottobre, ma la dinamica della profanazione è un capitolo a parte che la procura sta trattando come un’inchiesta autonoma. La testa della vittima, infatti, è ancora dispersa. Perché qualcuno abbia voluto portarla via, sottraendola alla sepoltura, resta il punto più oscuro di questa vicenda, un gesto che gli inquirenti cercano di decifrare seguendo le tracce di colla, le viti spostate e i selfie impietosi di un cellulare.

Le parole di Dolci, che in passato aveva dichiarato pubblicamente di voler “far pagare” chi aveva fatto del male a Pamela, oggi risuonano in un contesto diverso, alla luce di una presenza costante e quasi morbosa al cimitero. La sua versione è che si recava lì per “parlare” con l’amica scomparsa, ma gli otto scatti nell’arco di cinque mesi raccontano anche di un monitoraggio ossessivo delle condizioni della sepoltura, quasi Dolci sapesse cosa cercare. L’interrogatorio di mercoledì servirà proprio a sciogliere questo nodo: a definire se quelle fotografie fossero il documento di un amore fedele o una traccia incriminante lasciata da chi sapeva già che sotto quella lastra di marmo non c’era più pace.

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