La profanazione di Pamela Genini, l’ex fidanzato Dolci indagato per vilipendio: «Vogliono tapparmi la bocca»
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Redazione Interno
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Le indagini sulla profanazione del cadavere di Pamela Genini, la giovane di 29 anni uccisa a Milano nel quartiere Gorla lo scorso 14 ottobre, hanno subito una brusca accelerazione. Francesco Dolci, ex compagno e impresario edile 41enne di Sant’Omobono Terme, risulta ufficialmente indagato dalla Procura di Bergamo per vilipendio di cadavere e furto, reati che ipotizzano una sua paternità nel macabro scenario scoperto nel cimitero di Strozza. Quella che fino a ieri era una figura ambivalente – oscillante tra lo spontaneo compare e la vittima designata del clamore mediatico – si è trasformata in quella di un sospettato formale, costretto a lunghi interrogatori tra le mura del comando provinciale dei carabinieri, presidio che lui stesso aveva frequentato da testimone nei mesi precedenti per alimentare una personale teoria del complotto.
La lunga giornata in caserma e l’arrivo dell’avvocata
La giornata di mercoledì 6 maggio si è consumata tra Bergamo e la Valle Imagna, segnando una svolta processuale che molti osservatori avevano già intravisto nelle settimane precedenti. Dolci, che fino ad allora era stato sentito come persona informata sui fatti, è stato raggiunto nella tarda mattinata da alcuni militari del Nucleo investigativo mentre si trovava in un’area di servizio nei pressi del comando di via delle Valli, dove si era fermato per acquistare delle sigarette.
Dopo essere stato scortato all'interno della caserma, ha trascorso oltre sette ore sottoposto a domande serrate dal pubblico ministero Giancarlo Mancusi, titolare del fascicolo, e dai carabinieri. Ad assisterlo durante il verbale, a sottolineare la delicatezza del momento, era presente l’avvocata Eleonora Prandi. Al termine di quella che i legali hanno definito una collaborazione piena – l’uomo avrebbe risposto a tutte le domande –, Dolci è uscito con la consapevolezza di essere iscritto nel registro degli indagati. Subito dopo, le forze dell’ordine si sono dirette a Sant’Omobono Terme per perquisire la sua abitazione e quella dei genitori, cercando riscontri materiali a un’accusa che lui respinge con veemenza. La madre dell’indagato, Lucia Pesenti, visibilmente provata, ha gridato la sua innocenza, tentando di sottrarsi ai flash dei fotografi coprendosi il volto.
Il vilipendio e il macabro scenario della tomba violata
L’oggetto dell’accusa non riguarda l’omicidio della ragazza, per il quale resta in stato di accusa l’ex compagno Gianluca Soncin (l’uomo che la notte del delitto la colpì con oltre trenta coltellate), ma l’oltraggio postumo alla salma mentre era tumulata nel cimitero di Strozza. La scoperta, risalente al marzo scorso, aveva gettato nello sgomento la comunità locale: il della giovane era stato decapitato. A rendere la vicenda ancora più inquietante è la precisione con cui il profanatore avrebbe agito, segando la lastra di zinco della bara e richiudendo poi il loculo con silicone e mastice, quasi a voler ritardare il più possibile la scoperta dell’orribile dettaglio.
Gli inquirenti, che da mesi setacciano i filmati di sorveglianza e raccolgono testimonianze, hanno concentrato l’attenzione su Dolci soprattutto a partire da alcuni elementi indiziari considerati significativi. Tra questi, la sua assidua frequentazione del cimitero, documentata dalle immagini di videosorveglianza: nelle notti e nei giorni successivi alla chiusura del camposanto per lavori – in particolare intorno al 18 marzo – l’uomo sarebbe stato ripreso mentre sostava a lungo fuori dal cancello o ispezionava il loculo con un’insistenza definita dagli investigatori "maniacale". A ciò si aggiungono le otto fotografie che lo stesso Dolci aveva mostrato pubblicamente e consegnato ai militari, scattate tra il 7 novembre e il 23 marzo, nelle quali i consulenti tecnici avrebbero notato la presenza progressiva o la successiva scomparsa di tracce di mastice.
La strategia difensiva e la teoria del «complotto»
Francesco Dolci, intercettato dai cronisti mentre saliva in auto al termine della perquisizione, non ha cambiato la sua narrazione rispetto a quella già ampiamente diffusa nelle scorse settimane ai microfoni delle televisioni. “Mi vogliono tappare la bocca”, ha dichiarato, oppure “Non so a chi ho pestato i piedi”. Le sue gocciolano sempre nell’alveo del complotto: da tempo l’impresario edile sostiene di essere in possesso di informazioni schiaccianti su un presunto giro di riciclaggio nel quale la modella sarebbe rimasta invischiata. Secondo la sua ricostruzione, mai suffragata da prove certe agli atti, la profanazione servirebbe a intimidirlo per impedirgli di parlare. Una pista che il pubblico ministero non ha mai abbandonato del tutto, ma che ha perso consistenza di fronte a indizi più concreti legati all’ossessione personale.
Lo stesso Soncin, del resto, è attualmente detenuto per l’omicidio volontario premeditato, e nulla nelle indagini primigenie aveva suggerito la presenza di una rete criminale a protezione del suo gesto. Nel contraddittorio degli interrogatori, Dolci ha anche spiegato le sue continue visite al loculo come un tentativo di documentare lo stato di abbandono della tomba della sua ex amica o di verificare la solidità delle viti. Una versione che però cozza contro la mole di riscontri ottenuti dagli inquirenti, comprese le dichiarazioni di testimoni che lo avrebbero visto aggirarsi con fare sospetto nell’area del cimitero già nelle settimane immediatamente successive al funerale della vittima, celebrato il 24 ottobre.
Un’inchiesta ancora in divenire tra reati e zone d’ombra
Mentre i carabinieri setacciano la villa di Sant’Omobono alla ricerca della testa della vittima – che rappresenterebbe la prova regina del vilipendio – e degli strumenti utilizzati per l’effrazione (un flessibile, del silicone e del mastice da muratore), l’inchiesta rimane blindata. Dolci, 41 anni, con una carriera da impresario edile alle spalle e una relazione passata con Pamela durata circa un anno prima di trasformarsi in un legame di amicizia, rischia ora una condanna pesante se la Procura riuscisse a dimostrare la sua responsabilità. L’articolo 411 del codice penale, che disciplina il vilipendio di cadavere, prevede pene fino a sette anni di reclusione, aggravate dal fatto che il reato è stato commesso all'interno di un cimitero.
Restano ancora da chiarire le dinamiche precise della profanazione: perché rubare solo la testa e non altro? Perché richiudere con tanta cura il loculo, quasi a voler preservare una sorta di sepolcro intatto nell’apparenza esterna? Domande che per ora restano senza risposta, mentre l’indagato – forte della presunzione di innocenza – continua a ripetere il suo mantra di estraneità ai fatti. La scelta di non risparmiarsi dalle telecamere e di rilasciare dichiarazioni pubbliche, che all’inizio poteva apparire come la strategia di un testimone turbato, oggi viene riletta dagli inquirenti come l’atteggiamento di chi cerca di pilotare le narrazioni, forse per distogliere l’attenzione da un movente molto più intimo e oscuro di quanto volesse far credere.




