Il ricordo delle vittime del Covid e il monoto degli infermieri: “Novanta colleghi non ci sono più”
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Redazione Interno
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Il 18 marzo 2026, l’Italia si è fermata per la sesta volta consecutiva a ricordare le vittime della pandemia da coronavirus, in una giornata nazionale istituita nel 2021 per mantenere viva la memoria di una tragedia che ha cambiato il volto del paese. Le bandiere sugli edifici pubblici sono state esposte a mezz’asta, come vuole il cerimoniale, e in molte città si sono svolte commemorazioni ufficiali. A Bergamo, simbolo universale di quel dramma, una cerimonia al Cimitero Monumentale ha visto la deposizione di una corona d’alloro e la partecipazione delle autorità locali, con il ministro per la Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo presente per ricordare le ore terribili in cui i camion militari trasportavano le bare fuori dalla città. A Terlizzi, in provincia di Bari, il sindaco Michelangelo De Chirico ha scelto un gesto intimo e personale: un mazzo di fiori deposto davanti alla targa commemorativa installata all’ingresso del cimitero comunale, un atto che il primo cittadino ha voluto fosse carico di significato proprio nel giorno del compleanno di don ToninoTonino Bello, quasi a creare un ponte ideale tra la sofferenza terrena e la speranza.
Il sacrificio silenzioso degli infermieri: l'omaggio della CNAI di Catania
In questo quadro di raccoglimento nazionale, la Consociazione Nazionale delle Associazioni Infermiere/i, attraverso il suo nucleo territoriale di Catania, ha voluto sottolineare l'importanza della ricorrenza con un'attenzione particolare rivolta a chi, in prima linea, ha pagato un prezzo altissimo in termini umani e professionali. Il nucleo catanese, che opera come articolazione di un'associazione professionale con radici profonde – fondata a Roma nel lontano 1946 e affiliata dal 1949 al Consiglio Internazionale degli Infermieri (ICN) – ha voluto focalizzare l'attenzione su un numero che ancora oggi pesa come un macigno sulla coscienza collettiva: i novanta infermieri che in Italia hanno perso la vita a causa del virus. Un tributo di sangue che questi professionisti hanno pagato, spesso, come emerso dalle cronache di allora, a causa della carenza di dispositivi di protezione individuale, e che oggi viene onorato non solo con un pensiero, ma con la richiesta, implicita in questo omaggio, che quel sacrificio non venga dimenticato.
La rabbia e la delusione dei medici secondo Filippo Anelli
Parallelamente al ricordo, però, affiorano sentimenti complessi e per nulla scontati tra quanti hanno vissuto l'emergenza in trincea. Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici (Fnomceo), in un'intervista rilasciata all'Adnkronos Salute, ha scolpito a parole l'evoluzione emotiva di un'intera categoria: dalla rabbia iniziale, bruciante e immediata, si è passati a una delusione di fondo, forse persino più difficile da gestire. "Allora i professionisti sono stati lasciati soli", ha dichiarato Anelli, riportando alla mente immagini drammatiche come quella dei "sacchi dell'immondizia attaccati alle gambe" usati come improvisate protezioni. La rabbia, per il presidente dei medici, derivava dalla consapevolezza che molte delle trecentottanta vittime tra i camici bianchi – una vera e propria strage – avrebbero potuto essere salvate con un sistema sanitario pronto e attrezzato. Oggi, a distanza di sei anni, quella rabbia si è trasformata in delusione per gli impegni non mantenuti: "non deve succedere mai più" era il mantra, ma, secondo Anelli, manca ancora un piano straordinario per le professioni sanitarie.
Le ferite ancora aperte del sistema sanitario e della scuola
Se il dolore per i novanta infermieri scomparsi e per i colleghi medici caduti durante la pandemia resta una piaga aperta, il dibattito si allarga inevitabilmente alle conseguenze a lungo termine che quei mesi hanno avuto sul tessuto sociale. Il sindacato degli infermieri Nursind, per bocca del suo segretario nazionale Andrea Bottega, ha lanciato un allarme preciso: a sei anni di distanza, molte delle promesse di potenziamento fatte all'indomani della prima ondata restano sulla carta. "Lavoriamo ancora in regime pandemico", ha denunciato Bottega, citando le proroghe contenute nel decreto Milleproroghe che prolungano lo stato di emergenza per assunzioni e deroghe, segno di una programmazione che stenta a diventare strutturale. Manca il piano pandemico, i letti di terapia intensiva sono ancora quasi millesettecento sotto gli obiettivi previsti, e sul territorio le case della comunità attendono circa diecimila infermieri. E la scuola? Anche lì, le parole sono entrate nel vocabolario comune – mascherine, Dad, distanziamento, prossimi congiunti, affetti stabili – ma nessuna parola, come osservano i cronisti, potrà mai restituire l'angoscia di quei giorni. I docenti, costretti a inventare la didattica a distanza in poche ore, hanno provato a tenere insieme il programma e il supporto umano agli studenti, in un periodo in cui la normalità era solo un ricordo lontano.




