Spal, Tacopina non molla: "Resto al mio posto, non è fallimento. Ho versato 50 milioni in quattro anni"
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Redazione Sport
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La caduta della Spal, precipitata nell’abisso dei dilettanti dopo il mancato ripescaggio in Serie C, lascia una ferita aperta non solo sul piano sportivo ma anche in quello sociale. Ferrara, che nello storico club biancazzurro ha sempre riconosciuto un simbolo identitario, si ritrova oggi a fare i conti con il terzo fallimento della società in ventuno anni. Un epilogo che, sebbene annunciato, non smette di provocare un misto di rabbia e rassegnazione tra i tifosi, già provati da stagioni tribolate.
A differenza di altri casi – come quello del Brescia, travolto dallo scandalo dei crediti d’imposta inesistenti – la Spal non è tecnicamente fallita, almeno secondo le parole del presidente Joe Tacopina. «Negli ultimi quattro anni», ha precisato la società in un comunicato asciutto eppure carico di implicazioni, «la proprietà ha investito 50 milioni di euro in liquidità reale. Non siamo falliti, ma valuteremo le opzioni disponibili». Tra queste, l’ipotesi più concreta sembra essere l’iscrizione a un campionato dilettantistico, sebbene la decisione definitiva non sia ancora stata presa.
Quello che emerge, al di là delle dichiarazioni ufficiali, è un quadro desolante per il calcio italiano, sempre più stretto tra crisi finanziarie e gestioni avventate. Se la Spal rappresenta soltanto l’ultimo anello di una catena che include club come il Bari e la stessa Pro Patria – anch’essa incerta sul futuro –, il caso del Brescia dimostra come persino realtà radicate possano crollare da un giorno all’altro. Il club lombardo, dopo una retrocessione in Serie C maturata sul campo ma aggravata da vicende giudiziarie, rischia ora di scomparire del tutto, a meno di un improbabile intervento esterno.




