Casal del Marmo, forbici sui testicoli e pugni: dieci agenti indagati per le violenze nel carcere minorile

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La Procura di Roma ha iscritto nel registro degli indagati dieci agenti della polizia penitenziaria in servizio presso l’istituto penale per i minorenni di Casal del Marmo, con accuse che vanno dalla tortura alle lesioni personali, passando per il falso ideologico; un’inchiesta, quella coordinata dai magistrati, che si basa su una lunga scia di denunce e testimonianze, raccolte anche grazie all’esposto presentato a luglio dall’associazione Antigone, e che getta una luce sinistra su quanto accaduto tra febbraio e novembre del 2025 all’interno della struttura. I fatti contestati, avvenuti per lo più nelle ore notturne e in aree volutamente lontane dalla sorveglianza delle telecamere, vedrebbero come vittime almeno tredici giovani detenuti, tutti stranieri e di età compresa tra i quindici e i diciannove anni, i quali avrebbero subito violenze sistematiche e intimidazioni gravissime.

Le accuse e i metodi: dalle lesioni con forbici alle minacce di morte

Il quadro che emerge dalle carte depositate dai pm, e che sarà vagliato dal giudice per le indagini preliminari nel corso dell’incidente probatorio fissato per la prossima settimana, è di una brutalità inaudita; due agenti, in particolare, dovranno rispondere del reato di tortura per aver aggredito un quindicenne con un pugno all’occhio per poi, una volta condottolo in infermeria, sottoporlo a sevizie raccapriccianti. Secondo la ricostruzione accusatoria, mentre un poliziotto minacciava il ragazzo di evirarlo, l’altro gli avrebbe effettivamente punto un testicolo con un paio di forbici, provocandogli una ferita sanguinante; una violenza inaudita, questa, che si aggiunge a pestaggi condotti con sedie, mazze di ferro e persino estintori, il tutto condito da frasi come “Vi porto sopra e vi faccio carne macinata”, pronunciate – secondo quanto riportato – da uno degli indagati per instillare il terrore nei giovani reclusi.

Il meccanismo della copertura e le false relazioni di servizio

A rendere ancora più grave il profilo dell’indagine è la circostanza che, per evitare di essere scoperti, alcuni degli agenti avrebbero messo in atto un vero e proprio sistema di depistaggio tramite la redazione di rapporti ufficiali falsi; tre di loro, infatti, sono accusati di falso ideologico per aver descritto le aggressioni come legittime misure di contenimento, mentendo spudoratamente nei verbali e affermando di essere stati provocati o aggrediti. Una condotta, questa, che mirava a blindare l’operato violento della squadra, forte anche di un clima di omertà e di un senso di impunità tale che le violenze sarebbero avvenute persino al cospetto di personale medico e operatori, i quali – come emerso dalle indagini – sarebbero stati a loro volta spinti o insultati se solo tentavano di intervenire.

Il ruolo dell’amministrazione penitenziaria e i trasferimenti

L’inchiesta, va sottolineato, non è nata dal nulla ma trae origine da “reiterate denunce” presentate all’autorità giudiziaria dallo stesso capo del Dipartimento per la Giustizia minorile, il quale ha tenuto a precisare, in una nota ufficiale, che l’amministrazione ha avuto un ruolo determinante nell’avvio degli accertamenti, basandosi sulle relazioni di servizio e sulle informazioni raccolte internamente. Una volta ottenuto il nulla osta dalla Procura, è stata disposta un’ispezione amministrativa che ha portato, nelle more delle indagini, al trasferimento di quattro agenti verso altre sedi e alla nomina di un direttore facente funzioni per l’istituto, in un contesto che – come documentato dalle statistiche – aveva già fatto registrare nel 2024 numeri allarmanti, con 188 episodi di autolesionismo e 17 tentati suicidi tra i giovanissimi reclusi.

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