Il carcere minorile di Casal del Marmo, dieci agenti indagati per torture e violenze sui giovani detenuti: forbici sui testicoli, pestaggi con estintori e minacce di morte
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
L’inchiesta della procura di Roma ha portato alla luce un sistema di presunte violenze sistematiche che sarebbero state messe in atto all’interno dell’istituto penale per i minorenni di Casal del Marmo, dove tra febbraio e novembre del 2025 alcuni agenti della polizia penitenziaria avrebbero sottoposto i ragazzi detenuti a veri e propri atti di tortura. Dieci sono gli indagati a vario Titolo, con accuse che vanno dalle lesioni aggravate alla tortura, passando per il falso ideologico, mentre per cinque di loro i magistrati hanno già richiesto la sospensione dal servizio. Le indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Giuseppe De Falco e dalla pm Rosalia Affinito, si basano sulle testimonianze di almeno tredici giovani stranieri, tutti di età compresa tra i quindici e i diciannove anni, che hanno raccontato un incubo fatto di violenze fisiche e psicologiche consumate spesso nelle ore notturne e nelle aree dell’istituto non coperte dalle telecamere di sorveglianza.
I racconti dei ragazzi e i soprannomi dei secondini
I detenuti, nelle loro deposizioni, hanno riferito di essere stati ripetutamente presi a pugni, schiaffi e calci, ma la ferocia delle aggressioni emerge con chiarezza quando descrivono l’utilizzo di oggetti comuni trasformati in armi: sedie scagliate addosso, mazze di ferro, estintori usati per colpire alla testa e, in un caso che ha dell’incredibile, persino un paio di forbici che un agente avrebbe avvicinato ai testicoli di un quindicenne per minacciarlo di evirazione, provocandogli una ferita sanguinante. Lo stesso ragazzo, come ricostruito dagli inquirenti, era stato prima colpito con un pugno all’occhio e poi condotto in infermeria, dove la violenza era proseguita. Gli investigatori hanno raccolto anche le dichiarazioni di educatori, del cappellano e di una suora che lavorano all’interno del carcere, i quali avrebbero assistito a scene agghiaccianti o sarebbero stati a loro volta spinti e insultati nel tentativo di interporvisi.
Particolarmente inquietante emerge il clima di onnipotenza che sembrava regnare tra alcuni degli indagati, identificati dai giovani con soprannomi come “Pugile”, “Animale”, “Sceriffo” e “Shrek”, appellativi che già di per sé lasciano intendere il terrore che incutevano. Le intimidazioni verbali, del resto, non mancavano: frasi come «Vi porto sopra e vi faccio come carne macinata» venivano ripetute per piegare ogni residua resistenza, in un contesto in cui i ragazzi, già provati dal loro percorso di vita e spesso reduci da traumatici viaggi dell’immigrazione, si trovavano completamente in balia dei loro aguzzini.
Falsi verbali e depistaggi: il tentativo di insabbiare le violenze
A rendere il quadro ancora più grave è la presenza, tra i capi di imputazione, del reato di falso ideologico per tre degli agenti. Secondo quanto ricostruito dalla procura, per giustificare almeno uno degli episodi violenti, nei rapporti di servizio ufficiali venne scritto che un detenuto aveva aggredito il personale, costringendo gli agenti a mettere in atto un “dispositivo di contenimento” per neutralizzarne la resistenza. Una versione che per i magistrati sarebbe del tutto falsa e confezionata ad arte per coprire i pestaggi e legittimare l’uso sproporzionato della forza, tentando di depistare eventuali controlli interni. Il meccanismo, se confermato, rivelerebbe una preoccupante consapevolezza dell’illegalità delle proprie azioni e la volontà di ostacolare il corso della giustizia.
L’inchiesta, che ha visto anche il trasferimento di quattro agenti ad altre sedi per ragioni organizzative, prenderà ora una svolta decisiva nei prossimi giorni. Il gip del tribunale di Roma, Angelo Giannetti, ha fissato per il 17, il 18 e il 19 marzo gli incidenti probatori nel corso dei quali i tredici giovani detenuti, parti offese nel procedimento, verranno ascoltati direttamente dal giudice per cristallizzare le loro testimonianze e renderle immediatamente utilizzabili nel futuro dibattimento. Un passaggio fondamentale per blindare i racconti, soprattutto per quei cinque ragazzi che ancora si trovano ristretti all’interno della struttura di Casal del Marmo e che potrebbero essere esposti a pressioni o ritorsioni.
Il ruolo di Antigone e le denunce che hanno fatto scattare le indagini
A far scattare la macchina investigativa della procura di Roma, come spesso accade in questi casi, è stato il prezioso lavoro di monitoraggio svolto dalle associazioni che operano sul territorio. L’associazione Antigone, da anni impegnata nella tutela dei diritti dei detenuti, aveva depositato un esposto dettagliato già nel luglio del 2025, dopo essere stata raggiunta dalle prime segnalazioni provenienti dall’interno dell’istituto. Quelle denunce, corroborate dai racconti raccolti e dalla collaborazione della garante comunale delle persone private della libertà, hanno permesso di dare un nome e un volto a quell’orrore che altrimenti rischiava di rimanere sepolto tra le mura del carcere. Il capo del dipartimento per la Giustizia minorile e di comunità del Ministero, dal canto suo, ha voluto precisare che l’indagine trae origine proprio dalle reiterate denunce presentate all’autorità giudiziaria dall’amministrazione, respingendo ricostruzioni parziali che avrebbero marginalizzato il ruolo dell’azione ministeriale nell’avvio degli accertamenti.
I dati relativi alla vita all’interno dell’istituto, peraltro, raccontano di un contesto di tensione esplosiva: nel 2024 a Casal del Marmo si sono registrati 188 episodi di autolesionismo e 17 tentati suicidi, numeri che la dicono lunga sullo stato di profondo disagio in cui versano i giovani ristretti. Un disagio che, alla luce di quanto emerso, sembra essere stato non solo ignorato ma anche tragicamente aggravato dal comportamento di chi avrebbe dovuto proteggerli e garantire la loro sicurezza.




