L’abuso d’ufficio risorge da Bruxelles: la direttiva Ue che mette in scacco il governo

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non c’è pace per la maggioranza di Giorgia Meloni sul fronte della giustizia, e stavolta il colpo – o meglio, l’atto dovuto – arriva direttamente dall’aula di Strasburgo. Il Parlamento europeo ha dato il via libera definitivo alla nuova direttiva anticorruzione, un provvedimento che istituisce per la prima volta un quadro giuridico penale armonizzato in tutta l’Unione; un testo, questo, approvato con un’ampiezza schiacciante di consensi – 581 voti favorevoli, 21 contrari e 42 astensioni – che impone agli Stati membri di criminalizzare, di fatto, condotte che in Italia sono state depennate dall’ordinamento quasi due anni fa con la legge Nordio.

Brando Benifei, che da capogruppo del Partito Democratico nella scorsa legislatura europea aveva seguito gli albori dell’iter del provvedimento, non ha alcun dubbio in merito alla portata dell’evento. «È chiaro – spiega – che questa direttiva cancella la legge Nordio», un giudizio netto che nasce dall’osservazione di un dato politico apparentemente paradossale: il voto favorevole di Fratelli d’Italia al testo che, di fatto, sconfessa il ministro della Giustizia. Un imbarazzo, quello degli eurodeputati di maggioranza, che per Benifei cela una logica precisa, ovvero l’impossibilità di votare contro un provvedimento che mira a contrastare la corruzione, specialmente alla luce delle recenti turbolenze politiche interne.

Il nodo dell’articolo 7 e il tempo dell’adeguamento

Il cuore della disputa risiede nell’articolo 7 della direttiva, dedicato all’“esercizio illecito di funzioni pubbliche”. Si tratta, in sostanza, di una versione più flessibile ma sostanzialmente analoga dell’abuso di ufficio che Carlo Nordio aveva abolito nel 2024. Il testo impone agli Stati di adottare misure necessarie affinché costituiscano reato “almeno determinate violazioni gravi della legge derivanti dall’esecuzione o dall’omissione di un atto da parte di un funzionario pubblico”. Per l’Italia, che aveva cancellato il reato per venire incontro alle richieste dei sindaci e di chi lamentava la “paura della firma”, si tratta di una vera e propria inversione di rotta normativa.

Tuttavia, proprio per la natura giuridica dello strumento adottato – una direttiva, non un regolamento – Roma avrà un certo margine di manovra sul come, più che sul se. Il termine per il recepimento è fissato in ventiquattro mesi: un lasso di tempo entro il quale il governo dovrà dimostrare di aver colmato il vuoto normativo lasciato dall’abolizione. A complicare il quadro, e a infiammare la polemica politica, è il voto espresso dagli stessi rappresentanti di Fratelli d’Italia. All’Europarlamento, il partito della premier ha votato a favore del testo, trovandosi così nella posizione di sostenere a Bruxelles ciò che a Roma ha aspramente combattuto.

La controffensiva della maggioranza e la linea della relatrice

Nelle stanze della maggioranza, si tenta immediatamente di arginare le ripercussioni politiche. Nicola Procaccini, copresidente del gruppo dei Conservatori e riformisti europei (Ecr), ha parlato di «totale falsità» riguardo alla lettura di una “sconfitta” del governo, sostenendo che la direttiva lascia piena libertà agli Stati nella scelta degli strumenti più efficaci. Secondo questa interpretazione, l’Italia possiederebbe già nel suo ordinamento un sistema di reati contro la pubblica amministrazione – come la corruzione o la concussione – sufficientemente robusto da soddisfare i requisiti Ue senza dover riesumare l’articolo 323 del codice penale.

Una tesi, quella dei meloniani, che si scontra però con le dichiarazioni della relatrice del provvedimento, l’olandese Raquel García Hermida-Van Der Walle. In conferenza stampa, la rappresentante di Renew Europe è stata categorica: «L’Italia dovrà obbligiatamente reintrodurre come reato almeno due fattispecie, tra le più gravi, nell’ambito dell’abuso di ufficio». Un mandato, ha aggiunto, che è “molto chiaro” e che trova un ulteriore avallo nelle parole della presidente dell’Eurocamera, Roberta Metsola, la quale ha auspicato che la direttiva venga applicata, ricordando che Roma ha votato a favore in sede di Consiglio.

La prospettiva della Corte costituzionale e il rischio di infrazione

La tensione si sposta ora sui tempi e sulle modalità del recepimento, con il rischio concreto di una nuova procedura di infrazione per l’Italia se tra due anni il quadro normativo non dovesse risultare allineato. A gettare ulteriore benzine sul fuoco è stata l’attenzione con cui il presidente della Corte costituzionale, Giovanni Amoroso, ha guardato alla questione. Pur ricordando che l’abrogazione del reato aveva superato il vaglio di legittimità costituzionale lo scorso maggio, Amoroso ha aperto a uno scenario di possibile revisione: se la direttiva modifica il quadro normativo europeo, ha spiegato, «è possibile che la Corte sarà chiamata nuovamente a fare il controllo» sulla compatibilità della nostra legislazione con gli obblighi comunitari.

In questo contesto, il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, Giuseppe Busia, ha colto l’occasione per sottolineare gli “arretramenti” subiti dalla normativa italiana negli ultimi anni, auspicando che il recepimento della direttiva diventi l’occasione per colmare i “vuoti di tutela” aperti dall’abrogazione dell’abuso d’ufficio. Anche per l’ex procuratore Raffaele Cantone, intervenuto sul tema, l’adeguamento sarà inevitabile, con la necessità di una modifica del codice penale che potrebbe riaprire un fronte caldo per il governo, già scottato dal risultato del recente referendum sulla giustizia.

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