Ungheria, il presidente Sulyok firma l'emendamento che ne sancisce la fine del mandato
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Redazione Esteri
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Il presidente ungherese Tamás Sulyok, stretto alleato del primo ministro Viktor Orbán, ha annunciato che firmerà un emendamento costituzionale, approvato dal Parlamento lo scorso 13 luglio, che di fatto pone termine al suo mandato di capo di Stato. Una firma, quella del presidente, che giunge in un clima politico tesissimo e che sancisce un passaggio epocale per la vita istituzionale del Paese, offrendo il destro per una riflessione più ampia sui meccanismi di funzionamento di quelle che molti analisti definiscono "democrazie illiberali".
La vicenda, che si è consumata in rapida successione negli ultimi giorni, è l'ultimo atto di una strategia politica che, partita da lontano, mira a smantellare l'impianto di potere costruito in oltre un decennio dal partito Fidesz. Il gesto di Sulyok, lungi dall'essere un semplice atto formale, rappresenta la resa di un pezzo fondamentale di quel sistema, e al tempo stesso apre uno scenario inedito per il futuro della Repubblica ungherese.
Un emendamento che cambia le regole del gioco
Il diciassettesimo emendamento alla Legge fondamentale ungherese, proposto dai deputati del partito Tisza, la formazione del primo ministro Péter Magyar, non si limita a decretare la fine anticipata del mandato di Sulyok. Il provvedimento, come si evince dalla sua articolazione, introduce una serie di misure che ridisegnano in profondità gli equilibri del potere nello Stato magiaro.
Tra le disposizioni più significative, spicca l'istituzione di un tetto massimo di dodici anni, o tre mandati, per i deputati dell'Assemblea nazionale, una norma che mira a impedire il radicamento eterno delle stesse figure politiche. Ma è forse ancor più rilevante la fissazione di un limite d'età di 70 anni per i giudici della Corte costituzionale, una clausola che provocherà la decadenza automatica dei membri più anziani, tra cui il presidente dell'organo, Péter Polt, noto per la sua storica vicinanza a Orbán.
Questa disposizione, in particolare, è stata letta come un attacco diretto a uno dei pilastri del sistema di potere di Orbán, colpendo una figura chiave che ha garantito per anni la copertura costituzionale alle politiche del governo.
La genesi politica e il ruolo di Péter Magyar
L'emendamento, come anticipato, è stato caldeggiato dal primo ministro Péter Magyar, il quale ha fatto di questo provvedimento il cavallo di battaglia della sua azione di governo. La mossa di Magyar, che mira ad accantonare del tutto l'influenza che Orbán e i suoi alleati hanno esercitato sul Paese per anni, si configura come un'operazione ad alto rischio, volta a riconquistare la fiducia di una società stanca degli eccessi del potere.
Nel suo discorso pubblicato su Facebook, il presidente Sulyok non ha nascosto l'amarezza per la piega presa dagli eventi, definendo l'emendamento "senza precedenti e vergognoso" e sottolineando come esso, "con una sola frase, ponga fine al mandato del presidente della Repubblica in carica". L'emendamento, nei fatti, ha costretto il capo dello Stato a una scelta obbligata: firmare la propria condanna istituzionale o gettare il Paese in una crisi costituzionale senza precedenti.
La scelta di Sulyok, che ha preferito una via che evitasse lo scontro frontale, apre ora la strada alla nomina di un nuovo presidente, che sarà scelto dal Parlamento e che, con ogni probabilità, sarà espressione della nuova maggioranza.
Un caso di scuola sullo smantellamento del potere
La vicenda ungherese rappresenta, per gli studiosi di scienza politica, un caso di scuola su come un sistema di potere costruito negli anni possa essere smontato con gli stessi strumenti che ne hanno decretato l'ascesa. L'emendamento, nel suo insieme, non si limita a rimuovere un singolo presidente, ma colpisce l'architettura stessa dello Stato, ridisegnando i confini tra i poteri e introducendo nuovi organismi, come l'Ufficio nazionale per il recupero e la tutela del patrimonio pubblico, che avrà il compito di rintracciare e confiscare i beni sottratti dagli oligarchi vicini al vecchio regime.
Inoltre, la norma concede ai giudici ordinari la facoltà di chiedere la rimozione dei presidenti della Kúria, la Corte suprema, e dell'Ufficio giudiziario nazionale, due istituzioni che negli anni passati sono state accusate di eccessiva sudditanza al potere esecutivo. In questo modo, il governo Magyar sta tentando di compiere un'operazione di "ingegneria costituzionale" inversa, utilizzando la stessa forza della legge che aveva permesso a Orbán di centralizzare il potere, per ora restituirlo a un circuito di controlli e contrappesi.
Le implicazioni per il futuro istituzionale
La firma di Sulyok chiude un capitolo amaro per la storia recente dell'Ungheria, ma ne apre uno dalle implicazioni ancora tutte da scoprire. La rapidità con cui si è consumata la vicenda, dalla proposta di emendamento alla firma presidenziale, dimostra come la partita per il controllo delle istituzioni sia ancora apertissima. L'emendamento, che contiene al suo interno la motivazione della "grave perdita di fiducia" della società nel presidente, è anche un atto politico che legittima la svolta impressa dal premier Magyar.
Resta da vedere se questo rinnovamento istituzionale, volto a ripristinare la fiducia dei cittadini, sarà in grado di restituire all'Ungheria i crismi di una democrazia liberale, oppure se si limiterà a sostituire un potere con un altro, mantenendo inalterata la sostanza del sistema. La comunità internazionale osserva con attenzione, consapevole che quanto accade a Budapest rappresenta un banco di prova per le democrazie europee, chiamate a confrontarsi con le sfide poste dai movimenti populisti e dalla loro capacità di modellare le istituzioni a propria immagine.




