La condanna all’ergastolo per Jashandeep Badhan e il pianto di una madre che non chiedeva altro
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Redazione Interno
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Marilisa Gambarini, negli occhi che si riempiono di lacrime mentre lascia il tribunale in silenzio, ha offerto l’immagine più vera di ciò che resta dopo una sentenza attesa per mesi. Quella che i giudici della Corte d’Assise di Bergamo hanno pronunciato stamattina – ergastolo per Jashandeep Badhan, il ventenne vicino di casa che la notte del 26 ottobre 2024 salì nell’appartamento di via Nazionale a Costa Volpino – rappresenta per lei non una vittoria, ma una forma di giustizia dentro la quale il dolore per la figlia Sara Centelleghe, uccisa a 18 anni, non troverà mai consolazione. La madre, che a margine di una precedente udienza aveva dichiarato di aspettarsi «la pena massima», ha visto esaudita quella richiesta implicita senza bisogno di parole, uscendo dall’aula senza rilasciare commenti e con il volto segnato da un pianto che era, al tempo stesso, liberazione e conferma di una ferita incolmabile.
L’elettricista ventenne, il reato confessato e le 77 forbiciate
Badhan, elettricista di origini indiane, non aveva mai negato la propria responsabilità materiale nell’omicidio. Fu lui, quella notte, a entrare nell’abitazione della giovane studentessa – che abitava nel medesimo palazzo – e a massacrarla con una violenza che la relazione dei periti ha descritto come sproporzionata e prolungata: 77 colpi di forbice, oltre allo strangolamento. La confessione, resa in fase investigativa, non ha però impedito alla Corte d’Assise di riconoscere due aggravanti decisive, quella della crudeltà e quella del cosiddetto nesso teleologico tra la rapina del telefonino della vittima e l’omicidio. In altri termini, i giudici hanno stabilito che il furto del cellulare non fu un evento collaterale, bensì la motivazione che guidò l’azione violenta, connessa inscindibilmente all’eliminazione fisica di Sara. Le attenuanti generiche, pur invocate dalla difesa, sono state considerate subvalenti rispetto alla gravità dei fatti, senza che ciò potesse scalfire la richiesta di pena massima.
Il silenzio di Marilisa Gambarini e le parole del padre Vittorio
Mentre la madre usciva dal palazzo di giustizia senza rilasciare dichiarazioni – e il suo pianto, trattenuto a stento, diceva più di qualsiasi intervista –, il padre della ragazza, Vittorio Centelleghe, ha invece rotto il silenzio con una voce che tradiva l’enorme fatica dell’ascolto. «Non ci speravo, ma giustizia è fatta, sono soddisfatto. È andata bene. È stata durissima ascoltare in aula quello che ha passato Sara. Speriamo di trovare un po’ di tranquillità», ha dichiarato. Le sue parole, seppur misurate, restituiscono il peso di un’udienza nella quale i particolari del massacro – ricostruiti dai consulenti e dai testimoni – sono stati ripercorsi con dovizia, costringendo la famiglia a rivivere gli ultimi istanti di una ragazza che avrebbe compiuto diciannove anni pochi mesi dopo l’aggressione. L’ergastolo, accompagnato da due mesi di isolamento diurno per il condannato, diventa così l’unico esito possibile di un processo che non lasciava spazio ad alternative parziali.
Un vicino di casa, una notte di ottobre e la sentenza senza attenuanti
Costa Volpino, piccolo centro della provincia di Bergamo, era stato scosso da quell’omicidio avvenuto tra le mura domestiche, dove la vittima si trovava in un momento di ordinaria quotidianità. L’assenza di moventi passionali o di precedenti contatti significativi tra i due giovani – se non la prossimità abitativa – aveva subito indirizzato le indagini verso l’ipotesi della rapina degenerata in omicidio. I giudici hanno accolto quella ricostruzione nella sua interezza, ritenendo la crudeltà non un surplus accidentale ma una componente strutturale dell’azione: colpire una ragazza inerme con decine di forbiciate, fino allo strangolamento, configura un livello di efferatezza che esclude qualsiasi possibilità di riduzione della pena. La sentenza, letta in aula questa mattina, ha chiuso un capitolo processuale che la famiglia Centelleghe spera possa almeno arginare l’angoscia quotidiana, senza però cancellare l’assenza. Badhan, che aveva collaborato agli atti iniziali, si trova ora a scontare una condanna che la legge italiana riserva ai delitti considerati tra i più gravi, con un rifioto netto delle attenuanti generiche che spesso, in casi analoghi, vengono concesse sulla base di un generico “buon comportamento” successivo. Qui non è accaduto. La Corte ha scelto la strada della massima severità, consegnando a Marilisa Gambarini – con il suo silenzio e le sue lacrime – l’unica risposta che lo Stato poteva offrire.




