Meloni alla Nato, tra latino e pressing di Trump: l’Europa si riarma
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Redazione Interno
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«Si vis pacem, para bellum»: non è un esercizio di retorica classica, ma la chiave scelta da Giorgia Meloni per giustificare l’aumento delle spese militari davanti al Senato, prima di volare all’Aja per il vertice Nato. Quella massima latina – «se vuoi la pace, prepara la guerra» – riassume il clima teso della riunione tra i 32 Paesi dell’Alleanza, chiamati a ratificare il più consistente piano di riarmo dagli anni Novanta. L’obiettivo è portare al 3,5% del Pil gli investimenti in armamenti e all’1,5% quelli in sicurezza strategica, un impegno che peserà non poco sui bilanci nazionali.
La premier, che ha difeso la misura con toni quasi da arringa, sa bene che la mossa è impopolare. Tanto che Elly Schlein le ha rinfacciato: «Sono passati duemila anni», sottintendendo che la logica del bastione militare sia anacronistica. Ma le critiche dell’opposizione – Pd e M5S su tutti – non cambiano la sostanza: l’Italia, come gli altri alleati, ha margini di manovra limitati. Il pressing arriva da oltreoceano, dove Donald Trump, da tempo, insiste perché l’Europa aumenti il proprio contributo alla difesa comune. L’accordo in discussione all’Aja, del resto, è figlio di quella linea dura: un impegno vincolante a salire al 5% del Pil, cifra che include sia gli arsenali sia le infrastrutture.




