È davvero ora che i magistrati scendano dal loro trono
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Redazione Interno
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Lo sciopero dei magistrati del 27 febbraio, proclamato in difesa della Costituzione e contro la riforma Nordio, è passato quasi inosservato agli occhi degli italiani, più preoccupati dagli scioperi dei mezzi pubblici che dalle questioni legate alla separazione delle carriere o al doppio Consiglio Superiore della Magistratura (Csm). La complessità del tema, che divide anche gli addetti ai lavori, rende difficile per chi non sia esperto del settore districarsi tra le sfumature di un dibattito che tocca il cuore del sistema giudiziario.
Proprio in quei giorni, Vladimiro Zagrebelsky, figura di spicco della magistratura italiana, ha firmato un articolo sulla Stampa che ha cercato di fare chiarezza su una materia tanto spinosa. Senza entrare nel merito dei ruoli apicali da lui ricoperti – che da soli basterebbero a riempire pagine intere – Zagrebelsky ha offerto una riflessione approfondita, seppur non risolutiva, su un sistema che sembra sempre più in bilico tra riforme necessarie e resistenze interne.
Intanto, durante un dibattito pubblico al cinema Adriano di Roma, una giovane magistrata in tirocinio ha deciso di rompere il silenzio, prendendo la parola tra relatori di grande esperienza. La sua voce, seppur timida, ha rappresentato un tentativo di avvicinare la magistratura alla società civile, spesso percepita come distante e autoreferenziale. Un gesto simbolico, che però non basta a colmare il divario tra chi amministra la giustizia e chi ne subisce le inefficienze.
Tra le questioni sollevate dallo sciopero, spicca la posizione dei magistrati onorari, che rappresentano circa un terzo dell’intera magistratura italiana. Con 4.500 unità, affiancano i quasi 10.000 magistrati togati, svolgendo gran parte del lavoro nei palazzi di giustizia. Si stima, ad esempio, che portino avanti fino al 90% dei dibattimenti penali per conto delle Procure e circa il 50% delle attività civili. Eppure, il loro ruolo rimane spesso nell’ombra, poco conosciuto al di fuori degli ambienti giudiziari.
Il sistema, però, mostra crepe sempre più evidenti. Le carenze croniche negli organici dei magistrati, unite alla mancanza di personale amministrativo, hanno portato a situazioni paradossali: in alcune città, volontari hanno dovuto sostituirsi ai dipendenti pubblici, mentre Procure e tribunali sono sommersi da migliaia di fascicoli. Nonostante gli sforzi per ridurre l’arretrato – con risultati significativi in alcuni ambiti – le toghe avvertono che, senza interventi strutturali, ogni progresso rischia di essere vanificato.
Il caos giustizia, insomma, non si limita alle aule dei tribunali. Scoperture negli organici, app in tilt, ritardi procedurali e una burocrazia asfissiante contribuiscono a un quadro già complesso, che lo sciopero del 27 febbraio ha cercato di portare all’attenzione pubblica. Con scarso successo, almeno stando alla percezione comune.
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