Sergio Castellitto: «Bisognerebbe demolire la congregazione dei David di Donatello»
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La frase, secca e senza ambagi, arriva nel bel mezzo di una bufera che travolge da settimane il cinema italiano, un settore che, nonostante le apparenze e i tappeti rossi, arranca sotto il peso di tagli governativi e di una crescente disaffezione internazionale. A pronunciarla, in occasione della presentazione romana della serie Hbo Max ‘In utero’, è Sergio Castellitto, il quale – raccogliendo di fatto la protesta lanciata dal movimento #Siamoaititolidicoda – ha sostenuto l’idea che andrebbe «demolita» l’intera «congregazione» dei David di Donatello per poi, solo successivamente, ricostruire un nuovo rapporto di fiducia attorno ai premi. L’affondo dell’attore e regista non è un dettaglio marginale, semmai il sintomo di una frattura ormai profonda tra gli addetti ai lavori e quella che molti percepiscono come una struttura chiusa, autoreferenziale, incapace di rispondere alle difficoltà reali di un’industria in affanno. La cerimonia di premiazione, in programma il 6 maggio in diretta su Rai1 dagli studi di Cinecittà, rischia così di trasformarsi più in un campo di battaglia che in una festa, con i candidati chiamati a scegliere se salire sul palco o disertarlo.
Coordinamento autori: niente boicottaggio, ma una mobilitazione generale
Mentre Castellitto rilasciava la sua dichiarazione, a Roma prendeva forma una posizione diversa, sebbene altrettanto critica. Al Teatro Argentina, il neonato Coordinamento Autori e Autrici – sigla che riunisce 100autori, ACMF, AIDAC, AIR3, ANAC e WGI – ha convocato un’assemblea per mettere a fuoco una strategia comune, evitando però la rottura totale del boicottaggio. Ne è emersa una linea chiara: niente rifiuto preventivo della cerimonia, bensì una «mobilitazione generale» che intende sfruttare ogni vetrina istituzionale per far sentire la propria voce. Due, in particolare, le azioni già messe in campo. La prima, di carattere simbolico ma dal forte impatto mediatico, prevede la lettura di un comunicato unitario durante l’incontro al Quirinale, il tradizionale appuntamento in cui i candidati vengono ricevuti dal Presidente della Repubblica. Un gesto che trasforma un rituale di rappresentanza in un palcoscenico di dissenso, senza però oltrepassare la linea gialla del rifiuto della partecipazione.
L’appuntamento doppio e il ruolo di Valeria Golino
Il calendario, in questo senso, offre due momenti distinti ma strettamente collegati. Il 5 maggio i candidati sono attesi al Quirinale per l’incontro con Sergio Mattarella – appuntamento mai messo in discussione nemmeno dai più radicali – mentre il giorno seguente si replica a Cinecittà per la diretta su Rai1. Ed è proprio su quest’ultimo evento che si concentrano le tensioni maggiori, tanto che l’edizione 2026 dei David di Donatello è già diventata un caso, con attori e registi che annunciano proteste organizzate contro i tagli decisi dall’esecutivo. In questo quadro frammentato, emerge la figura di Valeria Golino, la quale ha partecipato all’assemblea del Teatro Argentina dove si è discusso – tra le altre ipotesi – dell’eventualità, giudicata da molti assai improbabile, di un boicottaggio secco della serata. La Golino, senza sbilanciarsi in posizioni estreme, ha dato la propria disponibilità a farsi portavoce del malcontento, assumendo di fatto un ruolo di cerniera tra le istanze più radicali e quelle che preferiscono restare dentro il sistema per cercare di cambiarlo dall’interno.
«Non c’è Italia senza cinema» e i festival che voltano le spalle
Mancano ormai tre settimane al 5 maggio, e il dibattito si concentra su un interrogativo di fondo: come trasformare la serata del 6 – quella che dovrebbe essere una celebrazione – in una vetrina capace di sostenere un cinema «funestato da tagli», come lo stesso Castellitto ha ricordato? La difficoltà non riguarda solo i finanziamenti pubblici, ma anche la progressiva esclusione dalle rassegne internazionali, una mancanza di selezione nei festival che priva il nostro paese di quella visibilità fondamentale per attrarre coproduzioni e mercati. Lo slogan «Non c’è Italia senza cinema», emerso nei dibattiti di queste settimane, riassume una posta in gioco che va ben oltre la singola statuetta. I David, insomma, si trovano a fare i conti con una crisi di legittimità che non nasce oggi, ma che esplode proprio ora, quando il governo ha ridotto le risorse e la pacchia di un sistema protetto sembra essere definitivamente tramontata.




