World Backup Day, il ritorno all’hardware fisico per sfuggire alla morsa del ransomware
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Redazione Scienza e Tecnologia
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Quando si parla di cybersecurity aziendale, il dibattito tende spesso a polarizzarsi su soluzioni software, intelligenza artificiale, firewall di ultima generazione e architetture cloud, relegando in secondo piano un elemento che rimane tuttavia il fondamento stesso dell’ecosistema IT: l’infrastruttura fisica. In un’epoca caratterizzata dalla dissoluzione del perimetro aziendale a causa del lavoro ibrido e da un quadro normativo europeo sempre più stringente – come dimostrano le direttive NIS2 e DORA, che spostano il focus sulla responsabilità totale della filiera – la gestione della responsabilità del dato non può prescindere dal supporto su cui esso risiede. Non si tratta solo di proteggere la rete, ma di garantire la sopravvivenza stessa delle informazioni in caso di collasso del sistema digitale primario.
La resilienza secondo la regola 3-2-1 e i suoi sviluppi
Per le aziende, eseguire il backup dei dati dovrebbe essere un’abitudine naturale, eppure troppo spesso viene relegato in fondo alla lista delle priorità finché qualcosa non va storto. Nel contesto attuale, però, gli incidenti non sono più una questione di “se”, ma di “quando”: le ricerche dimostrano che molte aziende hanno subito almeno un episodio di perdita di dati nell’ultimo anno, con conseguenze che vanno dalle interruzioni operative alle sanzioni normative. È qui che entra in gioco la regola 3-2-1, linea guida storica per la protezione dei dati: mantenere tre copie delle informazioni, archiviarle su due diversi tipi di supporti (ad esempio un disco locale e il cloud), e conservare almeno una copia fuori sede, geograficamente separata dall’infrastruttura principale. Questo principio, nato in un’epoca dominata dai nastri magnetici, si è dimostrato sorprendentemente adattabile, sebbene oggi richieda un’evoluzione per far fronte alle minacce moderne.
Hardware contro cloud, la battaglia per il controllo dei dati
Oggi è il World Backup Day, la ricorrenza annuale che ci ricorda una verità semplice ma troppo spesso trascurata: i dati non si proteggono da soli, a partire da quelli più importanti e cari. Foto di famiglia, documenti, video e lavoro digitale sono fragili, e basta un hard disk che si guasta o un errore umano per perdere tutto. Ma se per i privati la scelta è spesso tra un disco esterno e un abbonamento cloud, per le imprese il ragionamento si fa più complesso. Come sottolineato da esperti del settore, affidarsi esclusivamente al cloud espone a rischi non indifferenti: cosa succede se viene a mancare la connessione internet? E chi garantisce che i dati non vengano utilizzati per scopi secondari da terzi? L’hard disk esterno, al contrario, offre un controllo totale: tutto rimane nelle proprie mani, con velocità di trasferimento che su un collegamento USB possono raggiungere 1 Gbit/s, superando spesso i limiti di banda della rete.
Air-gap e crittografia, le nuove frontiere della difesa fisica
I ransomware moderni sono progettati per cercare e criptare anche i backup collegati in rete, rendendo inefficaci molte strategie di protezione tradizionali. Per questo motivo la pratica dell’air-gapping – ovvero mantenere almeno una copia dei dati completamente isolata dalla rete – sta tornando a essere una componente essenziale delle strategie di difesa estrema. Un backup offline, conservato su hardware fisico e scollegato dai sistemi, diventa invisibile agli attaccanti che operano attraverso la rete. In questo scenario, lo storage esterno crittografato rappresenta una soluzione efficace, perché consente di creare copie sicure dei dati e conservarle in modo separato, rafforzando ulteriormente il principio della regola 3-2-1. Le soluzioni moderne integrano crittografia hardware XTS-AES a 256 bit e protezioni contro attacchi BadUSB, garantendo che i dati rimangano inaccessibili anche in caso di smarrimento del dispositivo.
I consigli pratici per una strategia a prova di futuro
Fermarsi un momento a ragionare su come si sono messi al sicuro i propri dati non è mai tempo perso. Oltre alla classica regola 3-2-1, gli esperti suggeriscono di evolvere verso modelli più rigorosi come il 3-2-1-1-0, che aggiunge una copia immutabile (o offline) e impone zero errori nei test di ripristino. Non basta infatti conservare i dati: bisogna verificare periodicamente che il ripristino funzioni davvero, perché il momento peggiore per scoprire un errore di configurazione è proprio quando si è appena subito un attacco ransomware. Altri consigli pratici includono l’esecuzione di backup del sistema di gestione delle identità (come Microsoft Entra ID), spesso dimenticato ma cruciale per evitare il blocco totale degli accessi, e la scansione dei malware prima di ripristinare dati archiviati da lungo tempo, che potrebbero contenere minacce dormienti.




