Il Viminale condannato a risarcire un migrante trasferito in Albania: per i giudici il trasferimento fu illegittimo e lesivo dei diritti
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Redazione Interno
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Un’ordinanza del tribunale civile di Roma, depositata lo scorso 10 febbraio, ha condannato per la prima volta il Ministero dell’Interno a risarcire un cittadino straniero trattenuto nel centro per i rimpatri di Gjader, in Albania. La somma riconosciuta all’uomo, un cinquantenne algerino con alle spalle una lunga serie di condanne, ammonta a settecento euro, ma il valore del pronunciamento, come è facile intuire, risiede più nel principio che nell’entità del danno liquidato. Il giudice Corrado Bile, quello che ha firmato il provvedimento, ha accolto il ricorso presentato dal legale dell’uomo, l’avvocato Gennaro Santoro, sostenendo che l’intera operazione di trasferimento, avvenuta a novembre, fosse viziata da gravi irregolarità procedurali e da una “condotta colposa” dell’amministrazione, tale da ledere la sfera privata e i diritti fondamentali della persona coinvolta -1.
A far pendere l’ago della bilancia a favore del ricorrente, più che le condizioni materiali di detenzione nella struttura albanese – pure contestate – è stato il modus operandi con cui le autorità italiane hanno gestito la sua espulsione. L’uomo, rinchiuso inizialmente nel Cpr di Gradisca d’Isonzo, era stato informato che sarebbe stato trasferito in un altro centro sulla penisola, quello di Brindisi. La compagna, all’oscuro di tutto, aveva raccontato la vicenda alla parlamentare europea Cecilia Strada, e il suo racconto è finito agli atti: lui l’aveva rassicurata dicendole che l’avrebbe chiamata una volta giunto in Puglia, salvo poi far perdere le proprie tracce per due giorni, fino alla telefonata successiva, quella giunta direttamente dall’Albania -1. Il tribunale, nella sua ricostruzione, ha sottolineato come “il trasferimento è stato eseguito senza un provvedimento” e, particolare non secondario, “con modalità che non hanno consentito al trattenuto di sapere dove sarebbe stato condotto”, una sorta di deportazione ombra avvenuta nella più totale opacità. Durante il viaggio, per di più, l’uomo era stato sottoposto alla legatura dei polsi con fascette contenitive per l’intera durata del tragitto, una misura che i giudici hanno evidentemente ritenuto sproporzionata.
Questa decisione, che potrebbe costituire un precedente destinato a moltiplicare i ricorsi da parte di altri migranti trasferiti in Albania, ha riacceso il tradizionale scontro tra l’esecutivo e alcune frange della magistratura. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha colto la palla al balzo per rilanciare il suo attacco contro quella che definisce “una parte politicizzata della magistratura” rea, a suo dire, di ostacolare sistematicamente le politiche di contrasto all’immigrazione irregolare volute dal governo -2. In un video diffuso sui suoi canali social, la premier ha posto l’accento sui trascorsi giudiziari dell’algerino, sottolineando come si tratti di un soggetto con ventitré condanne alle spalle – tra le quali lesioni per aver picchiato una donna – e che, paradossalmente, ora sarà lo Stato a dovergli corrispondere un indennizzo per aver tentato di allontanarlo dal territorio nazionale -7. “Io penso che sia lecito chiedersi – ha affermato Meloni – come si possa contrastare seriamente l’immigrazione illegale se chi viola ripetutamente la legge resta sul nostro territorio e lo Stato viene sanzionato per aver provato a far rispettare le regole” -8.
Il nodo giuridico dei trasferimenti senza decreto e la reazione della politica
Al di là delle polemiche politiche, che pure infiammano il dibattito pubblico a pochi settimane dal referendum sulla giustizia, il cuore della questione è strettamente giuridico e riguarda la corretta applicazione delle norme sui trattenimenti. L’avvocato Santoro, che patrocina il caso e segue altri due ricorsi identici, ha spiegato come la prassi seguita finora dal Viminale nei trasferimenti verso l’Albania sarebbe sistematicamente viziata dall’assenza di un decreto motivato, un atto che invece dovrebbe sempre accompagnare simili spostamenti per garantire il principio dell’habeas corpus. Nelle carceri, ha ricordato il legale, per ogni movimento del detenuto esiste un provvedimento scritto che può essere eventualmente impugnato; nei Centri di Permanenza per i Rimpatri, invece, questa garanzia viene spesso meno, e la situazione, lungi dal migliorare, nei centri albanesi “moltiplica in modo esponenziale la violazione dei diritti” -1. Il tribunale, nella sua sentenza, ha richiamato esplicitamente la tutela dell’articolo 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, il diritto alla vita privata e familiare, violato nel momento in cui al migrante non è stato permesso di comunicare con i suoi familiari e, soprattutto, con i figli minorenni che ha in Italia e che non ha potuto vedere a causa del trasferimento coatto.
Dall’altra parte, il fronte governativo non sembra intenzionato a fare marcia indietro, anzi. Il video della premier, girato con sguardo fermo e rivolto direttamente alla sua base elettorale, arriva in un momento in cui il referendum sulla giustizia, quello voluto dalla Lega per separare le carriere dei magistrati, entra nel vivo. E se Meloni alza i toni contro le toghe che “continuano a ostacolare” l’azione di governo, il suo alleato Matteo Salvini, in una sorta di contrappunto dialettico, invita paradossalmente ad abbassare i toni per evitare attacchi personali, chiedendo di concentrarsi piuttosto sul merito delle questioni -2. Al di là delle sfumature, però, il messaggio che arriva dalla maggioranza è chiaro: la sentenza del tribunale di Roma viene letta come un ennesimo atto di un disegno più ampio, volto a sabotare il protocollo con l’Albania e, più in generale, qualsiasi misura restrittiva in materia di immigrazione. Una lettura, questa, che trova sponda in alcune ricostruzioni giornalistiche che non hanno mancato di sottolineare l’appartenenza del giudice Bile e di altri suoi colleghi della diciottesima sezione civile a correnti progressiste della magistratura, quasi a voler suggerire una premeditazione ideologica dietro le loro decisioni -6.
L’impressione, a conti fatti, è che ci si trovi di fronte a due piani distinti e solo parzialmente sovrapponibili. Da un lato, c’è una vicenda giudiziaria circoscritta, quella di un uomo trasferito come un pacco postale in un Paese straniero senza saperlo, che i giudici hanno ritenuto meritevole di tutela. Dall’altro, c’è la reazione politica, che di quella vicenda coglie gli aspetti più simbolici e strumentali per rilanciare una battaglia identitaria. Il fatto che l’algerino abbia numerosi precedenti penali, per quanto grave, non sembra aver avuto peso specifico nella decisione del tribunale, incentrata sulla violazione delle procedure e sulla menomazione della libertà personale. Ma nel dibattito pubblico, complice la campagna referendaria, la distinzione tende a sfumare, lasciando spazio a una contrapposizione frontale tra chi invoca il rigore e chi, invece, richiama al rispetto ineludibile delle garanzie, anche – e forse soprattutto – per coloro che quelle garanzie, in passato, hanno violato.




