La selfie allo specchio e le mail di scuse: i minuti che precedettero lo sparo di Allen contro Trump

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Un’immagine che cattura l’attimo, anzi, quello che doveva essere l’antefatto di un omicidio. Cole Tomas Allen, l’uomo accusato di aver cercato di assassinare il presidente Donald Trump durante la cena dei corrispondenti della Casa Bianca, si è ritratto in una fotografia scattata allo specchio della sua camera d’albergo esattamente mezz’ora prima di aprire il fuoco. Questa istantanea – che mostra il trentunenne in abiti neri completati da una cravatta rossa infilata nei pantaloni – è diventata il cardine visivo del memorandum depositato dal Dipartimento di Giustizia a sostegno della custodia cautelare, e viene utilizzata dai pubblici ministeri per dimostrare la premeditazione: l’uomo indossava già una fondina per la pistola a tracolla, portava con sé un coltello custodito in una guaina e una borsa che gli inquirenti hanno successivamente scoperto essere piena di munizioni. L’attentatore, che secondo le ricostruzioni viaggiava in treno dalla California con un arsenale già predisposto, non si è limitato a immortalarsi in quella che sarebbe potuta essere una semplice istantanea da turista, ma ha voluto lasciare una traccia visiva di quella calma inquietante che precede la violenza.

Premeditazione e raziocinio nelle pieghe del documento

Ciò che rende questa prova fotografica particolarmente inquietante per gli investigatori federali è il contrasto stridente tra l’apparente compostezza formale del soggetto – vestito per un evento mondano – e l’attrezzatura letale che nascondeva. La selfie, scattata nella hall dell’hotel Hilton dove si sarebbe consumato l’attacco, non rappresenta un semplice indizio ma una dichiarazione di intenti. A suggellare il quadro clinico di un assalto pianificato nei minimi dettagli, si aggiungono le comunicazioni digitali recuperate dagli inquirenti: poco prima di dirigersi verso il varco di sicurezza, Allen ha premuto invio su alcune email indirizzate ai familiari e a un ex datore di lavoro. Frasi come “Le mie più sincere scuse per i problemi che ho causato” e la firma minacciosa di “Friendly Federal Assassin” (Simpatico assassino federale) hanno convinto i pm a richiedere la custodia senza cauzione, temendo che il californiano possa rappresentare ancora una minaccia per la sicurezza collettiva. Nella strategia accusatoria, quindi, questi frammenti – la foto, le mail, la scelta di indossare due tipi di armi – compongono un mosaico che esclude totalmente l’ipotesi dell’azione impulsiva.

La dinamica della sicurezza e le prime risposte politiche

Domenica scorsa, quando Allen è comparso dinanzi al giudice per affrontare le accuse formali – tentato omicidio del presidente, trasporto di armi con l’intenzione di commettere un crimine e aggressione a un agente federale – l’attenzione si è subito spostata sul clima politico che ha fatto da sfondo all’aggressione. Nelle ore immediatamente successive al fattaccio, mentre il presidente veniva messo in salvo dagli agenti del Secret Service (uno dei quali è rimasto ferito al torace dal proiettile o dalla scheggia esplosa, sebbene le indagini tecniche non abbiano ancora stabilito con certezza chi abbia sparato quel particolare colpo), la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha lanciato accuse pesanti contro l’opposizione. Ha sostenuto, questa la sua tesi, che la demonizzazione sistematica del presidente – paragonato negli ultimi anni a un “dittatore” o a “Hitler” da esponenti democratici e da certi media – abbia legittimato la violenza, creando un humus ideale per individui mentalmente disturbati come l’attentatore. Le illazioni, però, sono state immediatamente respinte al mittente dai critici, i quali ricordano che l’aspirante killer, sebbene avesse donato 25 dollari a una piattaforma democratica durante la campagna di Kamala Harris, agiva sulla base di un manifesto personale in cui esprimeva una furia iconoclasta contro le élite, non necessariamente allineata con un partito specifico.

L’attivista “No Kings” e il dilemma giudiziario

Si è detto che Cole Tomas Allen fosse un insegnante, un ingegnere meccanico premiato come “professore del mese” qualche anno fa, ma anche un attivista di sinistra che aveva partecipato a manifestazioni del movimento “No Kings”, quella galassia di proteste anti-autoritarie nate per opporsi a quella che definiscono la “deriva monarchica” del tycoon. La sorella dell’uomo, in una dichiarazione straziante rilasciata ai giornali locali, ha provato a fornire una chiave di lettura intima della tragedia: secondo il suo racconto, Cole voleva “risolvere i problemi” del mondo nella maniera più diretta e totale, quasi come una missione purificatrice che non tollerava mezze misure. Tuttavia, nonostante la chiara esposizione mediatica delle sue inclinazioni radicali, la corte dovrà decidere nei prossimi giorni se mantenere il sospettato dietro le sbarre in attesa del processo. Il Dipartimento di Giustizia sta premendo per negare qualsiasi forma di rilascio, evidenziando come la sua permanenza nell’hotel – dove non era stato sottoposto ai controlli più stringenti della cena – dimostri una capacità operativa non comune. La difesa, dal canto suo, si prepara a contestare le modalità della perquisizione e a chiedere una perizia psichiatrica approfondita, elementi che potrebbero allungare i tempi di un procedimento che, comunque vada, rischia di concludersi con l’ergastolo per l’imputato.

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