Spari al gala con Trump, il terzo attentato in due anni e il nodo delle armi “per tutti”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il 25 aprile scorso, nel corso della tradizionale cena dell’Associazione dei corrispondenti della Casa Bianca – un evento che riunisce ogni anno giornalisti, politici e alti funzionari a Washington – un uomo di 31 anni, Cole Tomas Allen, ha aperto il fuoco alla presenza del presidente Donald Trump. Non è la prima volta, del resto, che Trump si trova a schivare un proiettile: si tratta del terzo grave tentativo di assassinio in soli due anni, un record negativo che nemmeno i suoi predecessori, va detto, avevano mai dovuto affrontare con tale frequenza. Eppure, al di là dell’ennesima celebrazione della resilienza presidenziale – già rimarcata dalla portavoce Karoline Leavitt durante un briefing con la stampa –, a tenere banco nel dibattito pubblico sono due questioni concrete, quasi banali nella loro gravità: da un lato le falle nella sicurezza dei vertici dello Stato, dall’altro la facilità con cui, negli Stati Uniti, un cittadino qualunque può procurarsi un’arma da fuoco.

L’accusa formale: tentato omicidio e trasporto d’arma

Cole Tomas Allen, californiano, è comparso per la prima volta in tribunale il 27 aprile, dove i pm gli hanno contestato ufficialmente il tentato omicidio nei confronti del presidente. Ma non solo: il capo d’imputazione include anche il trasporto di arma e munizioni con l’intento di commettere un reato grave, nonché l’aver sparato nel corso di un crimine violento. In attesa di conoscere l’esito della perizia psichiatrica – un elemento che potrebbe influenzare la strategia difensiva, sebbene non ne determini la colpevolezza – Allen rischia l’ergastolo. Il procuratore Blanche, interpellato sulla vicenda, ha comunque respinto l’ipotesi di un fallimento del servizio di sicurezza: «Non ha fallito», ha dichiarato, senza però offrire particolari dettagli sulle dinamiche del varchi di accesso o sui tempi di reazione delle scorte.

Il dibattito sulle armi da fuoco: quando si può comprare e quando no

La domanda, però, è un’altra ed è di quelle che dividono l’America in due: in quali casi è vietato acquistare un’arma negli Stati Uniti? La normativa federale, in verità, individua alcune categorie di soggetti interdetti: i condannati per reati penali con una pena superiore a un anno (salvo che si tratti di reati minori o di antitrust), i fuggitivi dalla giustizia, i tossicodipendenti, le persone dichiarate incapaci di intendere o volere da un tribunale, gli immigrati irregolari, i congedati con disonore dalle forze armate e, naturalmente, coloro che hanno rinunciato alla cittadinanza statunitense. A questi si aggiungono, da decenni, gli individui sottoposti a un ordine restrittivo per violenza domestica o quelli condannati per reati di maltrattamenti in famiglia. Tuttavia, il sistema dei controlli – il cosiddetto background check attraverso il National Instant Criminal Background Check System (NICS) – non sempre riesce a intercettare le situazioni di disagio psichiatrico non ancora formalizzate da una sentenza. E qui sta il nodo: Cole Tomas Allen, al momento della sera del 25 aprile, non risultava nei database come soggetto interdetto, il che ha permesso l’acquisto legale dell’arma usata poi contro il presidente.

«La colpa è delle armi»: una lettura che divide e che rimbalza dalla stampa italiana alla Casa Bianca

Già poche ore dopo l’attentato, il Corriere della Sera ha rilanciato le parole del premio Pulitzer Richard Ford – intervistato dalla stessa testata – con un titolo che non lascia spazio a interpretazioni: «La colpa è delle armi – ora il presidente farà di tutto per aumentare i consensi». Più che una presa di posizione giornalistica, la frase fotografa un paradosso: nonostante i ripetuti episodi di violenza armata ad alto profilo, il dibattito sul controllo delle vendite resta paralizzato. Da un lato, chi invoca misure più restrittive – come l’estensione dei background check anche alle vendite private e alle fiere d’armi; dall’altro, chi difende il Secondo Emendamento come pilastro inamovibile della libertà individuale. La portavoce Leavitt, nel suo intervento, non ha menzionato alcuna iniziativa legislativa imminente, limitandosi a sottolineare la straordinarietà della situazione: nessun altro presidente, ha detto, ha mai affrontato una sequenza così fitta di minacce letali.

Le falle nella sicurezza presidenziale e le indagini in corso

A rendere ancora più inquietante l’episodio, però, è l’evidenza che l’attentatore – nonostante i cordoni di sicurezza, i metal detector e i servizi segreti – sia riuscito a introdurre un’arma carica in un evento con il capo dello Stato. Gli inquirenti stanno ora ricostruendo i passaggi dell’accesso di Allen alla cena, verificando se vi siano state negligenze nei controlli all’ingresso o se l’uomo abbia sfruttato un varco non presidiato. Nessun dettaglio è stato ancora reso pubblico, così come resta riservato il quadro psichiatrico del 31enne. Quel che è certo, al momento, è che l’accusa non si limita al tentato omicidio: il trasporto d’arma con l’intento di commettere un reato grave suggerisce una premeditazione che, se confermata, renderebbe vano ogni tentativo di derubricare il gesto a atto impulsivo. La procura federale, insomma, lavora su un doppio binario: da una parte la ricostruzione dei fatti, dall’altra la richiesta di massima pena prevista dall’ordinamento.

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