L’Ia ruba il mestiere ai junior e rischia di far saltare la formazione dei futuri esperti
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Redazione Economia
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Affidare all’intelligenza artificiale i compiti tradizionalmente svolti dai professionisti junior, quelli che un tempo rappresentavano il banco di prova per chi muoveva i primi passi in un settore, potrebbe eliminare una parte essenziale del percorso con cui si formano gli esperti di domani. Non si tratta di una suggestione, ma di un rischio concreto descritto dal concetto di Cognitive Commons, introdotto da un paper di Nolan Lovett, della NATO Special Operations University, pubblicato online il 26 luglio 2026 su Human Resource Development Review.
La tesi di fondo è che l’automazione, per quanto garantisca vantaggi immediati in termini di produttività ed efficienza, rischia di ridurre drasticamente il numero di persone capaci, in futuro, di riconoscere e correggere gli errori dei sistemi di IA, generando un corto circuito che minaccia l’intera filiera della conoscenza.
Il rischio dell’automatismo e la perdita del mestiere
Il cuore del problema, come sottolinea Lovett nel suo studio, risiede nella natura stessa dell’apprendimento umano, che non può prescindere dalla pratica, dall’errore e dalla correzione. Quando si delega a un algoritmo il lavoro di ricerca, sintesi o analisi preliminare che un tempo veniva affidato al neoassunto, si sottrae a quest’ultimo quell’esperienza fondamentale che gli avrebbe permesso di sviluppare un pensiero critico e una sensibilità verso le sfumature del proprio ambito.
Se il junior non impara più a districarsi tra le fonti, a verificare i dati o a costruire un ragionamento da zero, perché l’IA lo fa al posto suo, il rischio è che si formi una generazione di professionisti competenti nell’uso dello strumento ma del tutto sprovvisti della capacità di valutarne i risultati. E questo, in un'ottica di lungo periodo, rappresenta una minaccia per l’affidabilità stessa dei sistemi intelligenti, che richiedono una supervisione umana sempre più qualificata man mano che si evolvono.
Lavoratori usa e getta: una tendenza accelerata dall’IA
Questa dinamica si innesta in un contesto lavorativo già segnato da una precarietà crescente e da un rapporto distorto tra aziende e dipendenti. I datori di lavoro trattano sempre più spesso i lavoratori come elementi intercambiabili, e l’IA potrebbe accelerare questa tendenza, come evidenzia Paul Osterman, professore del MIT, nel suo libro pubblicato di recente, Disposable Workers: The Transformation of Employment (Lavoratori usa e getta: la trasformazione dell’occupazione).
Osterman dimostra come l’impegno nei confronti dei lavoratori stia diminuendo in modo significativo, trasformando il rapporto di lavoro in una transazione puramente utilitaristica. Secondo un’indagine nazionale da lui condotta su oltre 6.000 lavoratori, il 35% degli attuali dipendenti rientra in una categoria che egli definisce “usa e getta”.
In questo scenario, l’introduzione massiccia dell’IA non fa che rafforzare la percezione del dipendente come ingranaggio sostituibile, spingendo le aziende a investire sempre meno nella formazione interna e sempre di più nell’acquisto di soluzioni tecnologiche che promettono risparmi immediati, ma che nascondono costi sociali e formativi difficilmente calcolabili.
Inclusione e barriere: il doppio volto dell’IA per i lavoratori con disabilità
Un altro fronte caldo è quello dell'impatto dell'intelligenza artificiale sulle persone con disabilità, un tema che solleva interrogativi profondi sul futuro dell'inclusione lavorativa.
L’IA può agevolare l’ingresso nel mondo del lavoro per chi ha difficoltà motorie, intellettive, cognitive o comportamentali, offrendo strumenti di supporto e personalizzazione mai visti prima; oppure, all’opposto, rischia di creare ulteriori barriere e difficoltà a livello di nuovi posti di lavoro disponibili, rendendo il mercato ancora più selettivo e competitivo per chi parte già da una posizione di svantaggio.
Partendo da questa domanda, ha analizzato novità, prospettive e scenari contattando Marino Bottà, uno dei massimi esperti italiani che si occupa da oltre 50 anni di inserimenti professionali, inclusione lavorativa e formazione aziendale a sostegno dei lavoratori con disabilità motoria, intellettiva, cognitiva e comportamentale.
Secondo Bottà, il potenziale dell'IA è enorme, ma per essere sfruttato in modo equo occorre una regia consapevole che eviti di trasformare la tecnologia in un ulteriore filtro discriminatorio, demandando la regia a una formazione mirata e a politiche attive che non lascino indietro nessuno.
Il paradosso della produttività: l’IA allunga le giornate lavorative
Infine, c’è un paradosso che riguarda tutti i lavoratori della conoscenza, indipendentemente dal settore o dal livello di anzianità. L'IA doveva regalarci la libertà, sollevandoci dalle incombenze più noiose e concedendoci più tempo per il pensiero creativo o per la vita privata; e invece, stando ai primi riscontri pratici, ha praticamente raddoppiato le ore di lavoro. Nel mondo del lavoro di oggi l’intelligenza artificiale è un po’ croce e delizia per chi la usa ogni giorno.
Se da una parte ci semplifica e velocizza parecchio diverse attività, come la stesura di bozze, l’analisi di grandi moli di dati o la ricerca di informazioni, dall’altra richiede comunque un controllo costante, attento e metodico, onde evitare di far finire nei progetti le famigerate allucinazioni dell’IA.
Il risultato, paradossalmente, è che invece di ridurre il carico, la tecnologia finisce per farci fare più ore, se non addirittura il doppio, perché al tempo risparmiato sulla scrittura si sostituisce quello impiegato nella verifica e nella correzione degli output generati, creando un circolo vizioso che nessuno aveva previsto e che mette in discussione le stesse promesse di benessere legate all'innovazione.
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