Conti correnti, redditometro e doppia soglia: ecco come cambiano i controlli del Fisco nel 2026

Conti correnti, redditometro e doppia soglia: ecco come cambiano i controlli del Fisco nel 2026
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Redazione Economia Redazione Economia   -   I conti correnti sono ormai il terreno privilegiato su cui si gioca la partita tra Fisco e contribuenti. L’Agenzia delle Entrate può contare su un flusso costante di dati che arrivano dall’Anagrafe dei Rapporti Finanziari, quella banca dati in cui confluiscono le informazioni trasmesse da banche, Poste e intermediari finanziari. Attraverso questo archivio, l’amministrazione finanziaria incrocia le disponibilità economiche, le spese e gli investimenti con quanto dichiarato.

La presenza di un’anomalia, tuttavia, non fa scattare automaticamente un accertamento, perché il legislatore ha introdotto una serie di paletti che filtrano le situazioni meritevoli di approfondimento.

La doppia soglia che difende i contribuenti

Il Decreto Legislativo 108 del 2024 ha riscritto le regole dell’accertamento sintetico, rendendo più selettivo lo strumento noto al grande pubblico come redditometro. Perché il Fisco possa avviare un controllo basato sulle spese sostenute, oggi devono verificarsi contemporaneamente due condizioni. La prima è lo scostamento percentuale: il reddito ricostruito dall’Agenzia delle Entrate deve superare almeno del venti per cento quello dichiarato dal contribuente.

La seconda è la soglia quantitativa: la differenza in valore assoluto tra i due redditi deve essere pari ad almeno dieci volte l’importo annuo dell’assegno sociale, che per il 2026 si attesta sui 71.011 euro. Questo meccanismo a doppio binario impedisce l’avvio di indagini per scostamenti minimi o per redditi di importo contenuto, concentrando le risorse ispettive dello Stato esclusivamente sulle discrepanze più consistenti.

Dai beni di lusso ai movimenti bancari

Il tradizionale redditometro, che per decenni si è basato sul possesso di beni considerati indicatori di ricchezza come auto di grossa cilindrata, imbarcazioni, seconde case e cavalli, ha progressivamente ceduto il passo a una metodologia di controllo diversa. L’attenzione del Fisco si è spostata sulle movimentazioni dei conti correnti e delle carte di credito, analizzando non solo ciò che il contribuente possiede ma come muove il proprio denaro.

A certificare il ridimensionamento dello strumento tradizionale sono i numeri del Rendiconto generale dello Stato 2025, presentato dalla Corte dei Conti: nel 2025 il redditometro ha prodotto appena 398.457 euro di somme effettivamente riscosse, a fronte di 35,2 milioni di euro accertati, con un rapporto tra contestato e incassato pari all’1,13 per cento. Eppure, gli accertamenti sono aumentati: 923 nel 2025, il 15,5 per cento in più rispetto ai 799 del 2024, anche se la maggior parte di questi riguarda ancora anni d’imposta precedenti alla riforma dell’agosto 2024.

Cosa vede il Fisco e quando interviene

Grazie all’Anagrafe dei Rapporti Finanziari, l’Agenzia delle Entrate ha accesso a una mole impressionante di informazioni: conti correnti e conti deposito, carte di credito anche prepagate, titoli, gestioni patrimoniali, cassette di sicurezza con la frequenza degli accessi e persino le cosiddette operazioni extra conto, quelle che il cliente effettua direttamente allo sportello bancario o postale. Nella fase di analisi automatizzata, però, i dati sono pseudonimizzati: il codice fiscale del contribuente viene sostituito da un codice fittizio per tutelare la privacy.

Solo quando il sistema rileva anomalie significative, confrontando i flussi aggregati con il reddito dichiarato, l’Agenzia può risalire all’identità del contribuente e richiedere alla banca gli estratti conto dettagliati. I segnali che più spesso attivano un approfondimento sono i versamenti e i prelievi in contanti di importo elevato o frequenti, i bonifici dall’estero sopra determinate soglie e i trasferimenti tra familiari quando uno dei soggetti non risulta titolare di redditi propri.

L’onere della prova e il ruolo della documentazione

Un aspetto di fondamentale importanza è che, in caso di controllo, l’onere della prova ricade interamente sul contribuente. La normativa fiscale prevede infatti che qualsiasi somma accreditata sul conto possa essere considerata reddito imponibile se il contribuente non riesce a dimostrarne la natura. Non è il Fisco a dover provare che quei soldi siano stati guadagnati in nero, ma il cittadino a dover dimostrare che non lo sono, attraverso documentazione adeguata come contratti di prestito, atti di donazione o ricevute di rimborso spese.

A partire dal 2026, l’Agenzia delle Entrate e la Guardia di Finanza possono contare su strumenti di intelligenza artificiale e machine learning per l’incrocio di oltre duecento banche dati, con l’obiettivo dichiarato di selezionare miratamente i casi a rischio.

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