Hantavirus, il focolaio sulla nave e i quattro isolati in Italia: «Non è una nuova pandemia»

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Il monitoraggio globale dell’hantavirus si è attivato lo scorso 2 maggio 2026, quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha segnalato un focolaio di gravi patologie respiratorie a bordo della nave da crociera MV Hondius. Il bilancio, al momento, conta otto casi complessivi tra passeggeri ed equipaggio, con almeno tre decessi già confermati. Le analisi di laboratorio, come riportato anche dall’Istituto Superiore di Sanità, hanno identificato l’agente patogeno nel virus Andes, una variante specifica della famiglia degli hantavirus nota per la sua particolare aggressività e, va detto, per essere l’unica in grado di trasmettersi—seppur con difficoltà—da uomo a uomo. A bordo della nave, attualmente diretta verso le Canarie sotto la supervisione delle autorità spagnole, il contagio è rimasto sorprendentemente circoscritto nonostante la promiscuità tipica di queste traversate.

Le parole degli esperti: «Diverso dal Covid»

Il dottor Emanuele Nicastri, direttore dell’UOC Malattie Infettive ad Alta Intensità di Cura dell’Istituto Spallanzani di Roma, è stato chiaro nel mettere subito da parte i facili paragoni con la recente pandemia. «Non è il Covid – ha spiegato – perché la principale modalità di trasmissione dell’Hantavirus dipende da un animale, il topolino dalla coda lunga». A sostegno di questa tesi, Nicastri ha citato proprio il caso della nave: nonostante siano in 150 a bordo, solo otto persone sono state contagiate, un numero che secondo il medico dimostra l’inefficienza del passaggio diretto tra umani. Lo stesso identico messaggio di rassicurazione arriva dal professor Ivan Gentile, ordinario di Malattie infettive all’Università Federico II di Napoli. Intervistato in questi giorni, Gentile ha ricordato che gli Hantavirus sono conosciuti da tempo—il ceppo Andes è studiato da oltre trent’anni—e che non esiste alcuna evidenza di una diffusione efficiente nella popolazione generale, né tanto meno di una trasmissione ampia da parte di soggetti asintomatici.

L’Italia si muove tra precauzione e isolamenti

L’Italia, dal canto suo, è stata lambita dalla vicenda in via esclusivamente precauzionale. Nessun caso autoctono è stato segnalato sul territorio nazionale, ma il ministero della Salute ha comunque attivato i protocolli di sorveglianza attiva. Al centro delle attenzioni ci sono quattro passeggeri che si trovavano sullo stesso volo Klm diretto a Roma a bordo del quale era salita—per un breve tragitto prima del decollo—la donna contagiata poi deceduta in Sudafrica. Queste quattro persone, arrivate in Italia, sono state prontamente isolate nelle rispettive regioni di residenza: Calabria, Campania, Toscana e Veneto. Fonti sanitarie hanno confermato che si tratta di due cittadini italiani e due stranieri, tutti al momento asintomatici e in buone condizioni di salute. A Padova, nello specifico, un cittadino sudafricano è tenuto sotto osservazione, anche se il contatto con la vittima è stato definito “occasionale e non ravvicinato”, riducendo drasticamente il livello di rischio. A margine di queste operazioni, l’ex assessore alla Sanità del Lazio, Alessio D’Amato, ha sollevato qualche perplessità sui tempi di attivazione, chiedendosi come sia stato possibile che la donna deceduta potesse viaggiare su voli di linea senza alcuna restrizione.

Il virus, i sintomi e la geografia del rischio

Per comprendere la portata del fenomeno, è necessario partire dalla natura del patogeno. L’hantavirus, come chiarito dall’Iss, provoca due grandi quadri clinici: nelle Americhe prevale la sindrome cardiopolmonare—caratterizzata da un rapido deterioramento respiratorio—mentre in Europa e Asia è più comune la febbre emorragica con sindrome renale. Il virus Andes, protagonista del focolaio sulla Hondius, rientra nella prima categoria e si manifesta inizialmente con febbre alta, dolori muscolari, vertigini e disturbi gastrointestinali. È la fase critica, però, quella che preoccupa: improvvisa difficoltà respiratoria e ipotensione, condizioni che richiedono un accesso immediato e precoce alla terapia intensiva. Non esistono attualmente vaccini o terapie antivirali specifiche; la gestione medica si basa esclusivamente su trattamenti di supporto. Per quanto riguarda i rischi per il cittadino comune, l’European Centre for Disease Prevention and Control ha classificato la minaccia come “molto bassa” in Europa. Questo perché il serbatoio naturale del virus Andes—il cosiddetto “topolino dalla coda lunga”—non è presente nel nostro continente, rendendo di fatto impossibile una stabilizzazione del patogeno nelle popolazioni di roditori locali.

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