Gerusalemte blindata per il primo venerdì di Ramadan: checkpoint e divieti per i fedeli palestinesi diretti ad al-Aqsa

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il primo venerdì del mese sacro del Ramadan ha visto Gerusalemme Est trasformarsi in una zona militarmente inaccessibile per migliaia di palestinesi della Cisgiordania, ai quali è stato negato l’ingresso alla città vecchia e, di conseguenza, la possibilità di partecipare alla preghiera collettiva nella moschea di al-Aqsa. Le autorità israeliane, come accade ormai sistematicamente in concomitanza con le ricorrenze religiose islamiche, hanno dispiegato un imponente apparato di sicurezza lungo la barriera di separazione e nei pressi dei varchi di accesso, trasformando di fatto il checkpoint di Qalandiya in un imbuto nel quale sono confluiti – senza però riuscire a superarlo – centinaia di fedeli partiti all’alba da varie città della West Bank -5. L’operazione di filtro, giustificata da Tel Aviv con esigenze di ordine pubblico, ha di fatto vanificato le speranze di quanti, nonostante le rigide quote d’ingresso fissate per la giornata, avevano ottenuto un permesso temporaneo dalle autorità militari israeliane. Secondo quanto riferito dalla stampa palestinese e da alcune agenzie internazionali, molti di coloro che erano in possesso dell’autorizzazione necessaria si sono visti respingere ugualmente al tornello, con i soldati che comunicavano loro la revoca del lasciapassare senza fornire motivazioni specifiche, alimentando così un clima di frustrazione e tensione -2-5.

La provocazione dei coloni nel terzo luogo santo dell'Islam

La situazione, già di per sé incandescente per le restrizioni alla mobilità imposte alla popolazione palestinese, è ulteriormente degenerata quando un gruppo numericamente consistente di coloni, stimato in circa centotrenta persone e scortato dalle forze di polizia israeliane, ha fatto irruzione nel perimetro della Spianata delle Moschee per eseguirvi quelli che i media locali hanno descritto come rituali talmudici -4-10. L’incursione, avvenuta nel quinto giorno di digiuno, non rappresenta un episodio isolato bensì l’ennesimo anello di una catena di azioni provocative che si vanno intensificando con l’avanzare del mese sacro e che vedono come protagonisti movimenti di coloni sostenuti da esponenti dell’attuale esecutivo israeliano -1. I fedeli presenti all’interno della moschea, uno dei luoghi più sensibili del conflitto israelo-palestinese e simbolo della sovranità religiosa islamica a Gerusalemme, hanno assistito all’ingresso di questi gruppi protetti dagli agenti, i quali hanno di fatto creato un cordone attorno agli intrusi per prevenire contatti diretti con la folla di musulmani, che in quei momenti cercava di difendere la sacralità del luogo.

Un sistema di permessi sempre più restrittivo e l’ombra dell’apartheid

La gestione degli accessi alla Città Santa durante il Ramadan segue un protocollo ben rodato ma sempre più asfittico, che prevede quote differenziate per genere ed età – con una certa tolleranza per donne, bambini e anziani – e che viene applicato con un rigore che varia a seconda delle direttive politiche del momento. Dopo l’8 ottobre 2023, data che ha segnato un’impennata nelle misure di chiusura, i permessi di lavoro per i palestinesi della Cisgiordania erano stati per lo più cancellati, e i checkpoint erano tornati ad essere presidi fantasma, attraversabili solo da pochissimi autorizzati -5. Con l’arrivo del Ramadan, le autorità avevano annunciato la concessione di circa diecimila ingressi giornalieri, un numero irrisorio se paragonato alle decine di migliaia di fedeli che in passato affluivano alla moschea, ma comunque significativo per le famiglie divise dal muro. Tuttavia, l’applicazione concreta di queste quote si è rivelata ancora più draconiana del previsto, con le forze di sicurezza che al checkpoint di Qalandiya hanno impedito il transito anche a chi era in regola, citando il raggiungimento del tetto massimo già nelle prime ore del mattino -2-8.

Il rafforzamento del dispositivo di sicurezza e le nuove incursioni programmate

Fonti della società civile palestinese hanno denunciato che, parallelamente alla chiusura dei varchi, l’occupazione militare ha intensificato le misure di controllo all’interno della stessa Gerusalemme Est, con un aumento esponenziale della presenza di agenti in tenuta antisommossa nei pressi delle porte della Città Vecchia e lungo le vie di accesso alla Spianata -1. Non solo: la durata delle incursioni consentite ai coloni all’interno del complesso di al-Aqsa è stata estesa fino a cinque ore giornaliere per l’intero periodo del Ramadan, una decisione – questa – letta dalle autorità palestinesi come una pericolosa escalation e un tentativo di modificare lo status quo storico che regola la frequentazione del sito -1-7. Un simile scenario, unito alle passeggiate provocatorie di membri dell’ultradestra governativa all’interno della Spianata, avviene mentre l’esercito mantiene un livello di allerta elevato in tutto il territorio cisgiordano, con unità aggiuntive schierate in previsione di possibili scontri, e mentre continuano le demolizioni di abitazioni e le ordinanze di allontanamento dalla città, misure che concorrono a rendere Gerusalemme una polveriera a cielo aperto -3-5.

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