Giorgia Meloni e la “strada stretta” dello smarcamento da Trump: il nodo del consenso e la questione iraniana
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
La reazione della premier alla bordata verbale del presidente americano contro il Papa non è stata né un ripensamento ideologico né una scelta tattica a breve termine, quanto piuttosto l’atto dovuto di una leader che ha visto minacciata la propria tenuta interna. L’ambasciatore Pasquale Ferrara, già direttore politico della Farnesina e docente di diplomazia alla Luiss, lo ha definito un movimento obbligato, una mossa “Italy first” dettata dalla necessità di arginare una preoccupante emorragia di consenso tra gli italiani. L’attacco a Papa Leone XIV, giudicato inaccettabile dalla stessa Meloni, ha rappresentato una linea rossa dal punto di vista valoriale per un Paese a forte tradizione cattolica; ignorarlo, come noto, avrebbe significato per la presidente del Consiglio esporsi a un logoramento politico forse irreversibile, costringendola a percorrere quel margine di autonomia che il rapporto asimmetrico con la Casa Bianca le concede, ma che Ferrara descrive come una “strada molto stretta”.
Il peso delle parole e il rapporto ormai incrinato con la Casa Bianca
Non si tratta, in ogni caso, di una rottura netta o di un riposizionamento stabile sull’asse europeo, bensì di una conseguenza diretta delle pressioni incrociate tra l’opinione pubblica domestica e le richieste della nuova amministrazione statunitense. Sebbene Trump sia tornato alla Casa Bianca ormai da più di un anno, la sua influenza geopolitica continua a manifestarsi in atti concreti che condizionano le scelte altrui: lo dimostra il fatto che, di fronte alle critiche di Meloni, il tycoon non abbia esitato a ritorsioni personali, dichiarando al “Corriere della Sera” di essere “scioccato” dal comportamento della premier e accusandola di non avere il coraggio necessario per sostenere gli Stati Uniti nella questione iraniana. “Con chiunque ci abbia rifiutato aiuto in questa situazione – ha ribadito Trump in un’intervista successiva – non abbiamo lo stesso rapporto”. Questa presa di distanza, che riguarda anche il mancato utilizzo di basi italiane per operazioni belliche o il rifiuto di appoggiare l’intervento a difesa del petrolio nello Stretto di Hormuz, rivela un cambio di passo sostanziale: l’alleata prediletta sembra aver esaurito quella “luna di miele” diplomatica che l’aveva resa l’interlocutrice privilegiata dell’amministrazione repubblicana in Europa.
La beffa della sinistra e lo stallo sullo scacchiere europeo
Proprio mentre la premier cerca di navigare in questo vicolo cieco, il dibattito interno si arricchisce di una paradossale inversione polemica: dopo oltre un anno passato a chiedere a gran voce lo “smarcamento” da Trump, le opposizioni di sinistra, rappresentate in questo caso da Elly Schlein, rimproverano ora a Meloni di aver portato i rapporti con gli Usa ai livelli più bassi di sempre, quasi rimpiangendo – secondo l’analisi di alcuni commentatori – quella stessa influenza trumpiana che tanto avevano demonizzato. La premier, incalzata da questa doppia tenaglia (quella estera di un presidente iracondo e quella interna di una sinistra che le contesta la perdita di peso politico), teme inoltre di non avere più carte credibili da giocare in Europa. Il tentativo di porsi come mediatrice o “ponte” tra Washington e Bruxelles, un ruolo che aveva tentato di ritagliarsi nei mesi precedenti, appare oggi gravemente compromesso, lasciando l’Italia in una posizione scomoda, schiacciata tra la fedeltà a un alleato d’oltreatlantico sempre più imprevedibile e la necessità di non apparire succube delle sue strategie più aggressive.
Iran, crisi energetica e le crepe nell’alleanza militare
Il nodo dell’Iran, come è evidente, rappresenta il vero banco di prova di questa frattura. Trump ha apertamente accusato l’Europa e l’Italia di voler beneficiare della sicurezza militare americana nello Stretto di Hormuz senza contribuire ai costi, un’accusa pesante che tocca il nervo scoperto della dipendenza energetica nazionale. La mossa di Meloni, che ha cercato di controbilanciare con una rapida visita nei Paesi del Golfo per assicurarsi forniture alternative, non ha però prodotto accordi formali risolutivi, lasciando intravedere la fragilità di una strategia basata sull’emergenza. Nel frattempo, il malumore di Washington si è riversato anche sul dossier mediorientale, culminando nella decisione di sospendere il rinnovo automatico del memorandum militare con Israele: un atto simbolico forte, che secondo gli analisti mira a placare le critiche interne (dopo gli incidenti che hanno coinvolto i caschi blu italiani in Libano) ma che rischia di essere interpretato a Tel Aviv e Washington come un ulteriore segnale di defilamento. L’asse con l’amministrazione Trump, insomma, si è trasformato per la premier da una risorsa da spendere sul mercato politico interno a un potenziale boomerang, in cui ogni passo falso sulla scena internazionale viene pagato a caro prezzo in termini di immagine e, soprattutto, di consenso elettorale.




