La tensione sul Mediterraneo si innalza: la Flotilla per Gaza tra guerra psicologica, infiltrati e pressioni italiane

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non c’è solo il mare, in questi giorni, a separare la costa di Creta dalla Striscia di Gaza. C’è anche una fitta rete di accuse, sorveglianza aerea e colpi di scena degni di un thriller spionistico, che avvolge la missione della “Global Sumud Flotilla”. L’obiettivo dichiarato è quello di forzare il blocco navale per portare aiuti umanitari, ma mentre le imbarcazioni si radunano, la tensione tra gli attivisti e le forze israeliane si fa sempre più palpabile, sfociando in episodi che vanno ben oltre la semplice interdizione in mare.

Partiamo da quanto accade nelle segrete dei tribunali e nelle carceri israeliane. Il Tribunale distrettuale di Beersheba ha infatti inflitto un duro colpo alle speranze dei legali della missione, respingendo il ricorso per il rilascio dei due leader della Flotilla, il brasiliano Thiago Avila e lo spagnolo Saif Abukeshek. La loro detenzione, che i sostenitori definiscono un “rapimento in acque internazionali”, è stata ulteriormente prorogata (dapprima per quattro giorni, con successive estensioni che portano il termine al 10 maggio), lasciando i due uomini in una situazione che il team legale non esita a definire di “tortura psicologica”. Ad aggravare il clima, le testimonianze riferite dai loro avvocati parlano di isolamento rigoroso, di luci accese 24 ore su 24 nelle celle per privarli del sonno e della pratica, umiliante e crudele, di bendare i detenuti persino durante le visite mediche. Sullo sfondo, la madre di Thiago Avila è morta proprio in questi giorni, e la richiesta di permesso per partecipare al funerale è stata respinta, alimentando ulteriormente le polemiche sulla durezza della detenzione.

Infiltrazioni e intercettazioni nel cuore della notte

Se la situazione legale è drammatica per i due attivisti, le acque intorno alla Grecia e a Creta raccontano un’altra storia fatta di luci spente e ombre. Nella notte tra lunedì e martedì, le quattro imbarcazioni della Freedom Flotilla Coalition, che da Siracusa avevano fatto rotta verso la Grecia, hanno subito quella che equivale a una vera e propria operazione di intelligence sul campo. I testimoni a bordo – 29 passeggeri provenienti da mezza Europa – hanno descritto un assedio surreale: un elicottero militare che girava in tondo sopra le loro teste, almeno tre droni che ronzavano nell’oscurità e navi non identificate che si muovevano a vista con le luci di navigazione volutamente spente, quasi fossero predatori in agguato. Una dimostrazione di forza, questa, che la coalizione ha letto come un tentativo imminente di intercettazione, sebbene fisicamente l’abbordaggio non sia ancora avvenuto.

Ma il vero colpo di scena, quello che sa di cospirazione e servizi segreti, è maturato a terra. Nell’Island Bar di Ierapetra, a Creta, dove la Flotilla ha stabilito il suo quartier generale in attesa della ripartenza prevista per venerdì 8 maggio (o della virata verso la Turchia, a Marmaris, come da ultime indiscrezioni), un uomo sulla cinquantina, vestito di bianco come un turista in villeggiatura, si è avvicinato a un attivista. Ha scambiato poche, innocue parole, ma la sua fuga è stata così improvvisa – dopo l’intervento di altri presenti – da fargli perdere un piccolo microfono nascosto sotto la camicia. L’episodio, raccontato dall’inviato del Fatto Quotidiano Alessandro Mantovani, getta ombre pesanti sul livello di sorveglianza a cui sono sottoposti i partecipanti. Che fosse un agente del Mossad o di un’altra intelligence, resta un mistero, ma rivela quanto la missione sia sotto la lente d’ingrandimento.

La risposta istituzionale italiana e la solidarietà dal basso

Mentre gli attivisti vivono l’incubo psicologico della detenzione e le barche vengono tallonate nel Mediterraneo, a Matera e a Roma la macchina della politica si è messa in moto, anche se su due binari distinti. A Matera, il Comitato per la Pace ha organizzato una manifestazione che non si limita alla generica solidarietà. La richiesta è precisa: il governo italiano deve aderire alla mobilitazione internazionale per forzare il rilascio di Thiago Avila e Saif Abukeshek, i cui legali denunciano condizioni “pessime” a livello psicologico.

A livello governativo, la premier Giorgia Meloni ha presieduto una riunione d’emergenza a Palazzo Chigi, condannando formalmente il sequestro delle imbarcazioni in acque internazionali e chiedendo a Israele il pieno rispetto del diritto internazionale. Tuttavia, dalle parole della premier trapela anche una certa insofferenza per l’operazione: in una recente conferenza stampa, Meloni ha sottolineato come queste iniziative, anziché portare benefici concreti alla popolazione di Gaza, finiscano per creare “molti problemi” diplomatici da risolvere. Una posizione realista, che conferma la cautela dell’esecutivo anche di fronte all’attivismo acceso dei parlamentari di opposizione, che invece parlano apertamente di “pirateria”.

Non si placano, intanto, le polemiche sulla reale natura della spedizione. Tel Aviv ha ribadito la propria linea dura, accusando i leader della Flotilla di essere affiliati alla Conferenza popolare per i palestinesi all’estero (Pcpa), un’organizzazione che lo Stato ebraico lega a doppio filo ad Hamas. Secondo questa narrazione, la nave non trasportava solo “aiuti umanitari” ma materiali che, secondo un’ispezione iniziale citata dal ministero degli Esteri israeliano, includevano anche preservativi e sostanze riconducibili a stupefacenti. Un’accusa respinta al mittente dai sostenitori della missione, che parlano di tentativi di criminalizzare la solidarietà, ma che di fatto tiene alta la tensione in attesa che la flotta, attualmente ferma in territorio greco, decida se tentare davvero l’assalto finale a Gaza o ripiegare su rotte più sicure verso la Turchia.

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Tensione sulla Flotilla per Gaza: leader trattenuti in Israele tra torture psicologiche, tribunale nega il rilascio. Infiltrato con microfono a Creta e navi fantasma nel mirino.

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