Southampton, la protesta per la morte di Henry Nowak sfocia nella guerriglia: pietre e lacrimogeni davanti alla stazione
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Redazione Esteri
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L’onda d’urto generata dalla morte di Henry Nowak, il diciottenne accoltellato a Southampton nel dicembre scorso, ha finalmente rotto gli argini della protesta pacifica per trasformarsi, martedì 2 giugno, in una vera e propria guerriglia urbana.
Davanti alla stazione di polizia centrale della città, una folla stimata in circa duemila persone – tra cui manifestanti arrivati da ogni parte del paese e semplici cittadini indignati – ha contestato l’operato delle forze dell’ordine, le stesse che quella notte hanno ammanettato il ragazzo mentre quest’ultimo, agonizzante, ripeteva di non riuscire a respirare.
Gli agenti, presi di mira con pietre e fumogeni in un crescendo di tensione che ricorda le peggiori pagine delle cronache inglesi, hanno risposto con cariche e lacrimogeni, dando vita a scene di caos che hanno richiesto l’intervento di rinforzi per disperdere i manifestanti, con diversi fermi effettuati sul posto.
La bodycam che ha scosso l’opinione pubblica e le dimissioni dell’agente
Ciò che ha acceso la miccia della rivolta, come spesso accade in questi casi, è la pubblicazione delle immagini tratte dalle bodycam indossate dagli agenti intervenuti quella notte. I filmati, trapelati parzialmente negli scorsi giorni, mostrano un quadro agghiacciante: il giovane Nowak, già ferito a morte dall’aggressore Vickrum Digwa, viene ignorato nelle sue suppliche e ammanettato come un criminale, un errore giudiziario in diretta che ha gelato il sangue non solo dei familiari ma dell’intera nazione.
Di fronte alla pressione mediatica e allo scandalo politico che ne è derivato, una fonte della polizia dell’Hampsire ha confermato che uno degli agenti coinvolti in quel fatale arresto si è dimesso, mentre il caso è finito sotto la lente dell’Independent Office for Police Conduct (IOPC), l’autorità indipendente che vigila sui comportamenti delle forze di polizia in Inghilterra e Galles.
La loro inchiesta, come richiesto a gran voce anche dal primo ministro Keir Starmer, dovrà stabilire se vi siano state negligenze o colpe penali, concentrandosi in particolare su come le accuse di razzismo sollevate dall’assassino abbiano distorto il giudizio degli ufficiali sul campo.
Il caso Nowak diventa un’arma politica: scontro tra Starmer, Farage e le voci dall’America
Se nel Regno Unito la rabbia esplode nelle strade, nelle stanze del potere e sui social network la vicenda sta assumendo i contorni di una resa dei conti ideologica a distanza, sfruttata spudoratamente dalle frange più estreme dello schieramento politico.
Da un lato, il governo laburista di Keir Starmer, che ha chiesto agli organi di pubblica sicurezza di rivedere urgentemente le direttive anti-razzismo – le stesse che impongono agli agenti di non essere “daltonici” rispetto alle etnie – nel timore che una formazione troppo sbilanciata sulla tutela delle minoranze possa aver portato a un pericoloso “effetto valanga” ai danni della vittima bianca. Dall’altro, una destra aggressiva capitanata da Nigel Farage, leader trumpiano di Reform UK, che non perde occasione per denunciare un presunto «doppio standard» ormai rovesciato.
La sua invocazione a una «pura e fredda rabbia» per contrastare quella che definisce «una promozione del pregiudizio anti-bianco» ha trovato terreno fertile oltreoceano, dove il caso è stato cavalcato da Elon Musk e da esponenti dell’estrema destra statunitense. Costoro, intervenuti a gamba tesa nel dibattito britannico, hanno presentato l’omicidio di Nowak come la prova lampante di un diffuso razzismo sistemico contro la popolazione caucasica, alimentando una polemica che rischia di avvelenare ulteriormente il clima sociale di un paese già provato da anni di tensioni identitarie.
La richiesta di silenzio della famiglia e il rischio di una deriva giudiziaria
In questo bailamme di accuse politiche e strumentalizzazioni mediatiche, la voce che tenta di farsi sentire più forte è quella, straziata, della famiglia Nowak. In una dichiarazione rilasciata dopo la condanna all’ergastolo dell’assassino Digwa, i parenti della vittima hanno lanciato un appello accorato perché la morte di Henry non venga usata per «creare ulteriore divisione, odio o tensione», auspicando che la sua storia serva piuttosto a rendere le strade più sicure per tutti. Un monito caduto però in gran parte nel vuoto, mentre il clamore mediatico continua a sollevare polvere.
Sul fronte giudiziario, l’Attorney General’s Office ha fatto sapere di stare valutando se la pena inflitta a Digwa – 21 anni di reclusione prima della possibilità di richiedere la libertà condizionale – possa considerarsi troppo indulgente, dopo aver ricevuto “molteplici richieste” in tal senso.
Un’eventuale revisione della sentenza aggiungerebbe un ulteriore, drammatico capitolo a un caso che ha già messo in ginocchio la credibilità delle istituzioni britanniche, sollevando interrogativi profondi su come la paura di apparire razzisti possa, paradossalmente, portare a esiti giudiziari tragicamente discriminatori.




