Non una di meno in piazza a Roma: "Sabotiamo guerre e patriarcato"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Una marea fucsia, come ormai viene tradizionalmente definita, ha invaso le strade di Roma nel corteo nazionale di “Non una di meno”, il quale, anticipando la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, ha scelto lo slogan “Sabotiamo guerre e patriarcato”. Le partecipanti, che si calcolano in oltre settantamila, hanno indirizzato le proprie critiche verso alcuni esponenti del governo, le cui dichiarazioni, a loro dire, non solo alimenterebbero un pericoloso senso di impunità ma normalizzerebbero quelle strutture sociali che perpetuano la violenza maschile. Un attacco specifico è stato rivolto al ministro Giuseppe Valditara, accusato di condurre un'offensiva contro la scuola pubblica e l'educazione sessuo-affettiva, considerata un baluardo fondamentale per la prevenzione.

Le voci dalla piazza

Tra la folla, le storie personali si intrecciavano con la protesta collettiva, offrendo uno spaccato delle paure e delle esperienze che spingono a scendere in piazza. C’è chi, come Sara, una sedicenne studentessa di liceo, racconta di girare con lo spray al peperoncino dopo essere stata seguita da un uomo che le sussurrava “frasi sconce”. E c’è chi, come Simona Ammerata, volontaria in uno dei centri anti-violenza Lucha y Siesta, fornisce numeri che testimoniano un fenomeno in preoccupante crescita: “Nel 2025 abbiamo accolto 1000 donne, un dato in aumento del 15% rispetto allo scorso anno”, ha dichiarato, sottolineando come cresca parallelamente il preoccupante fenomeno della violenza digitale di genere, un fronte nuovo e insidioso contro cui combattere.

Il paradosso degli slogan

Accanto alle rivendicazioni e alle testimonianze, la manifestazione ha fatto registrare anche toni estremi, che hanno prodotto un evidente paradosso all’interno di una protesta contro la violenza. È stato infatti esposto un cartello, poi ripreso e diffuso attraverso i profili social di alcuni collettivi aderenti, sul quale campeggiava la scritta “Meno femminicidi, più melonicidi”. Questa espressione, che augura esplicitamente la morte al presidente del Consiglio, una donna, ha introdotto una contraddizione stridente, mostrando come la battaglia contro l’odio di genere possa a volte, in alcune sue frange, sfociare in un linguaggio a sua volta intriso di ostilità e di auguri di morte, creando una frattura nel messaggio complessivo della giornata.

I dati e il contesto sociale

La protesta si è mossa sullo sfondo di un allarme sociale che i numeri rendono tangibile e urgente, un contesto dove, come è stato osservato, “tutti facciamo i conti con il tempo che passa. Noi donne di più”. La violenza di genere, quella “speciale” che, come descritto durante il corteo, arma la mano di ex partner e molestatori con oggetti di uso comune o armi occasionali, rimane un’emergenza strutturale. Le piazze, dunque, non chiedono solo interventi repressivi ma un cambiamento culturale profondo, che parta dalle scuole e contrasti quelle che vengono definite come le radici patriarcali della società, ritenute le stesse che alimentano i conflitti bellici.

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