Peter Jackson e quella “caccia a Gollum” affidata ad altri: «Serkis farà un lavoro più entusiasmante»

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   L’attesa, quasi religiosa per chi quella Terra di Mezzo l’ha percorsa per nove ore di film, si era concentrata sul red carpet di Cannes con la speranza di un annuncio che sembrava scontato. Invece, a gelare l’entusiasmo – o forse, a renderlo più autentico – ci ha pensato lui, Peter Jackson, chiarendo senza mezzi termini un punto che molti davano per acquisito: non sarà lui a dirigere “Il Signore degli Anelli: La caccia a Gollum”. La notizia, però, non è il suo forfait quanto la ragione che lo motiva, e questa ragione ha il volto – e l’interprete – di Andy Serkis. Jackson lo ha spiegato in una di quelle sue lunghe masterclass (dove si è presentato truccato da hobbit, quasi a voler ribadire un legame che non reciderà mai del tutto), sostenendo che proprio Serkis, avendo “vissuto Gollum sulla propria pelle”, potrà regalare qualcosa di “molto più eccitante” di quanto lui stesso avrebbe saputo fare.

L’ispirazione inaspettata: «Ci siamo ispirati a Joker»

Non è solo la regia, comunque, a subire una svolta inattesa. Perché se il cambio di mano dietro la macchina da presa poteva ancora rientrare nella logica produttiva, la fonte d’ispirazione citata da Jackson e dalla sua storica sceneggiatrice Fran Walsh ha davvero sorpreso i fan più attenti. Durante il Festival di Cannes, a pochi passi dalla reunion (quella sì molto mediatica) con Elijah Wood, il regista neozelandese ha rivelato che per definire il tono del nuovo film si sono guardati indietro a qualcosa di apparentemente lontanissimo dalla contea hobbit: «Ci siamo ispirati a Joker – quello con Joaquin Phoenix». Un riferimento che, nelle intenzioni, non tradisce l’universo tolkieniano ma lo rilegge attraverso la lente di un’oscurità psicologica e di un’immersione nel disagio del personaggio, lontana dagli eroi senza macchia.

Serkis, l’AI e un giallo giudiziario (sullo sfondo)

Ma a Cannes, Jackson non ha parlato solo di Gollum. In quella stessa occasione, ha offerto anche un aggiornamento su un altro progetto che sembrava sepolto nell’oblio: il sequel de “Le avventure di Tintin”. A quasi quindici anni dall’originale diretto da Steven Spielberg, Jackson ha confermato che il film è attivamente in lavorazione e che lui stesso, insieme alla fedelissima Fran Walsh, ne sta scrivendo la sceneggiatura. Un’iniezione di concretezza dopo anni di silenzi. E poi c’è l’altro fronte, quello più scottante: l’intelligenza artificiale. «L’AI distruggerà il mondo», ha ammesso senza giri di parole, «ma se viene utilizzata nel fare cinema non mi dispiace affatto». Una posizione, la sua, che rifiuta la demonizzazione generalizzata: per Jackson l’AI è “solo uno dei tanti effetti speciali a disposizione”, uno strumento come un altro sulla tavolozza del regista.

La cronaca nera inattesa e gli sviluppi giudiziari

Proprio mentre si discuteva del ritorno alle origini di Serkis e del nuovo corso della saga, da un’altra inchiesta giudiziaria – del tutto estranea al mondo del cinema – è emerso un fatto di cronaca che ha trovato spazio nelle conversazioni di corridoio a Cannes. Senza addentrarsi in dettagli espliciti, gli inquirenti hanno recentemente chiuso un’indagine legata a un vecchio caso di presunte irregolarità nella produzione di alcuni blockbuster girati in Nuova Zelanda; tra i documenti esaminati, alcune email dei primi anni Duemila mostravano un contatto indiretto con la compagnia di Jackson, mai indagato né tanto meno coinvolto. Nessuna accusa formale, nessun rinvio a giudizio. Solo la conferma che, a volte, i confini tra la creatività più visionaria e le pieghe opache dell’industria si sfiorano senza mai toccarsi del tutto. La vicenda, ormai archiviata, non ha coinvolto né Serkis né i nuovi progetti della Warner, e resta un mero fatto procedurale senza strascichi.

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