Dal Brennero la resa dei conti sul fake food: Pecoraro Scanio guida l’assalto al «cibo falso»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Ci sono momenti in cui una frontiera diventa specchio di un intero paese, e il valico del Brennero, ieri, ha riflesso senza sconti la rabbia silenziosa (ma stavolta urlata a gran voce) di chi vede il proprio lavoro quotidianamente svilito da merci ingannevoli. Oltre diecimila agricoltori, giunti da ogni regione per aderire alla mobilitazione indetta dalla Coldiretti, hanno letteralmente setacciato i tir in transito, scoprendo un campionario impressionante di quello che si può definire «falso Made in Italy»; tra i prodotti sequestrati simbolicamente dalle forze dell’ordine, spiccavano mozzarelle tedesche confezionate con l’immagine della caprese, prosciutti freschi dalla Danimarca destinati a diventare «nostrani» dopo una semplice stagionatura, e fusti interi di miele germanico pronto per finire nei dolci industriali. Non si tratta, come qualcuno potrebbe liquidare, di semplici tecnicismi commerciali, bensì di un ingranaggio perfetto – quello della «ultima trasformazione sostanziale» – che consente a un prodotto di acquisire la certificazione italiana solo grazie all’ultimo passaggio logistico sul nostro territorio.

Alfonso Pecoraro Scanio e il grido d'allarme: «Basta inganni, valgono 120 miliardi»

A dare manforte ideale (e concreta) alla marea umana scesa in alta quota è stato Alfonso Pecoraro Scanio, presidente della Fondazione UniVerde ed ex ministro delle Politiche Agricole, che non ha usato mezzi termini nel definire questa pratica una «vergogna» da estirpare. Intervenuto direttamente al fianco dei manifestanti, Pecoraro Scanio ha rilanciato la campagna «No Fake Food», ricordando come il fenomeno dell’agropirateria – termine che lui stesso ha contribuito a coniare – sottragga all’economia nazionale qualcosa come 120 miliardi di euro l’anno, risorse che basterebbero a generare occupazione e sviluppo per intere filiere. La sua posizione, supportata dai numeri della protesta, è netta: non si può tollerare che una coscia di maiale proveniente dall’Olanda diventi un prosciutto italiano con una semplice salatura, né che concentrati di pomodoro cinese vengano diluiti e spacciati per salsa mediterranea solo perché imbottigliati entro i nostri confini.

La normativa Ue nel mirino: le storture del codice doganale e l'invasione «silenziosa»

Se il Brennero è diventato il teatro di questa resa dei conti, il vero banco di prova resta però Bruxelles. Al centro della contestazione c’è l’articolo del codice doganale europeo che regola l’«ultima trasformazione sostanziale», un meccanismo che la Coldiretti ritiene profondamente distorsivo per la trasparenza del mercato. I delegati campani, con il presidente regionale Ettore Bellelli e il vice nazionale Gennarino Masiello, hanno portato dati impressionanti: ogni giorno transitano dal valico fino al 90% delle 150mila tonnellate di cagliate straniere usate per produrre mozzarelle, e addirittura tra il 75 e l’80% del latte liquido acquistato dalle nostre industrie lattiero-casearie. È quella che gli stessi agricoltori hanno definito un’«invasione silenziosa», capace di schiacciare i prezzi alla produzione e di alimentare rischi sanitari – come nel caso del grano duro canadese trattato con glifosato – senza che il consumatore finale possa mai esserne consapevole osservando l’etichetta sullo scaffale.

Diecimila agricoltori e una scommessa da 20 miliardi: la politica economica del settore primario

La posta in gioco, in termini puramente economici, è di quelle che farebbero tremare qualsiasi ministero del Tesoro. Secondo le stime fornite dalla Coldiretti durante la manifestazione, una semplice modifica della normativa doganale potrebbe restituire al settore agricolo italiano circa 20 miliardi di euro sottratti da questa concorrenza sleale; risorse che arriverebbero in un momento delicato, complice l’aumento dei costi energetici legato agli scenari internazionali. A inquadrare la questione nel suo contesto più ampio sono stati i vertici dell’organizzazione: presenti al valico il presidente nazionale Ettore Prandini e il segretario generale Vincenzo Gesmundo, ai quali si sono aggregati i rappresentanti territoriali come Gabriele Borella per la Bergamasca e Monica Monticone per l’Asti. Il segnale, ribadito da Prandini, è chiaro: l’agroalimentare vale 707 miliardi e dà lavoro a 4 milioni di persone, un patrimonio troppo strategico per essere lasciato in ostaggio di procedure burocratiche anacronistiche.

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