Stipendi in crescita ma l'inflazione li supera: i dati Istat e la replica di Rizzetto

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L'aumento delle retribuzioni contrattuali, sebbene in territorio positivo, si scontra con una realtà economica che sembra giocare al rialzo sul fronte dei prezzi. Nel primo semestre del 2026, la retribuzione oraria media dei lavoratori dipendenti ha segnato un +2,6% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, con il solo mese di giugno che ha fatto registrare un +2,4% su base annua.

Dati, questi, che a una prima lettura potrebbero apparire confortanti e che hanno spinto il deputato di Fratelli d'Italia, Walter Rizzetto, a parlare di un "risultato significativo", sottolineando come si stia procedendo speditamente sulla strada dei rinnovi contrattuali. Tuttavia, a gettare un'ombra su questi numeri ci pensa l'Istat stesso, che rileva come la corsa dei prezzi abbia di fatto vanificato gli aumenti, interrompendo un trend positivo che durava da dieci trimestri.

La corsa dei prezzi erode il potere d'acquisto

Il dato più allarmante emerso dal bollettino statistico riguarda l'inversione di tendenza registrata nel secondo trimestre del 2026. Dopo due anni e mezzo di crescita tendenziale delle retribuzioni superiore all'inflazione, il potere d'acquisto delle famiglie italiane ha ricominciato a ridursi. La fiammata inflazionistica, che continua a interessare principalmente i beni energetici e alimentari, ha ripreso il sopravvento, mangiandosi di fatto i già contenuti aumenti salariali.

Questo fenomeno, per certi versi ciclico, rischia di acuire le difficoltà di quelle fasce di popolazione che destinano la maggior parte del reddito ai consumi primari, rendendo la ripresa economica percepita dalla statistica meno tangibile nella vita quotidiana dei cittadini.

La fotografia dei contratti collettivi

A fotografare lo stato di salute del lavoro dipendente in Italia sono i 50 contratti collettivi nazionali in vigore per la parte economica, che a fine giugno coprivano il 69,9% dei dipendenti, pari a circa 9,1 milioni di lavoratori. Nel settore privato la percentuale di copertura schizza all'89,3%, mentre nella pubblica amministrazione la situazione appare drammaticamente ferma, con tutti i contratti risultati scaduti e copertura pari a zero.

Nel corso del secondo trimestre sono stati recepiti sei nuovi contratti, di cui uno in agricoltura, uno nell'industria e quattro nei servizi privati, ma il dato che balza agli occhi è quello delle persone ancora in attesa di un rinnovo: si parla di quasi quattro milioni di lavoratori che, nonostante l'aumento dell'indice dei prezzi, vedono il proprio salario rimanere invariato per effetto del blocco contrattuale.

Il deputato Rizzetto, nel commentare i dati, ha voluto comunque mantenere un tono ottimistico, dichiarando che "siamo consapevoli che il potere d'acquisto non sia ancora pienamente recuperato", ma ha ribadito la volontà di procedere sulla strada intrapresa per garantire aggiornamenti economici più sostanziosi.

Il paradosso della crescita ferma

Il quadro che emerge è quello di un paradosso economico: da un lato le statistiche ufficiali certificano un incremento delle retribuzioni orarie, dall'altro l'inflazione galoppante rende questo incremento sostanzialmente inutile per il bilancio familiare. L'Istat ha evidenziato come il secondo trimestre del 2026 segni uno spartiacque, chiudendo una fase positiva che durava dal 2023.

Con quasi 4 milioni di lavoratori ancora in attesa di un adeguamento contrattuale e un settore pubblico completamente bloccato, la pressione sul governo e sulle parti sociali per trovare una quadra in grado di conciliare gli aumenti salariali con la stabilità dei prezzi si fa sempre più pressante. La replica del governo, affidata alle parole di Rizzetto, si concentra sui numeri della crescita ma lascia intendere come la strada verso il pieno recupero del potere d'acquisto sia ancora lunga e accidentata, in attesa che i rinnovi contrattuali coinvolgano la totalità dei comparti produttivi.

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