La vendetta di Zelensky colpisce la “Davos russa” mentre Mosca promette rappresaglie

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Nella città delle notti bianche, mentre delegazioni provenienti da oltre 130 Paeti si radunavano per il Forum economico internazionale, l’Ucraina ha mandato un messaggio inequivocabile a Vladimir Putin, colpendo ciò che per lui è più personale e intoccabile. Una pioggia di droni si è abbattuta su San Pietroburgo nella giornata di apertura dello Spief, l’evento che il Cremlino utilizza come vetrina per ostentare la propria resilienza nonostante le sanzioni occidentali.

Volodymyr Zelensky ha rivendicato l’operazione, definendola una “risposta giusta e legittima” ai bombardamenti russi che, solo ventiquattr’ore prima, avevano seminato morte tra i civili a Kiev e Dnipro. Per Mosca, si è trattato ben più di un semplice raid: è stato uno sfregio al mito dell’uomo forte, un attacco simbolico nel luogo dove l’ex colonnello del Kgb ha costruito la sua leggenda di garante della sicurezza e degli affari.

Droni a 1.100 chilometri: la sfida logistica di Kiev

La portata dell’attacco, che ha preso di mira il terminal petrolifero di San Pietroburgo e obiettivi militari nella storica base navale di Kronstadt, rappresenta un salto qualitativo nelle capacità offensive di Kiev. Considerando che la distanza dalla frontiera ucraina a questo specifico obiettivo dell’industria energetica russa – un apparato che Zelensky accusa direttamente di alimentare la macchina bellica – supera abbondantemente i mille chilometri, la riuscita dell’operazione testimonia una crescente sofisticazione tecnologica.

Le esplosioni, documentate in decine di video pubblicati sui canali Telegram locali, hanno costretto l’aeroporto internazionale Pulkovo a sospendere i voli per diverse ore, causando disagi e ritardi tra gli illustri ospiti in arrivo per il forum; contestualmente, una colonna di fumo nero denso si è alzata all’orizzonte della metropoli baltica, visibile a chilometri di distanza.

La risposta “sistematica” del Cremlino e le tensioni nel Donetsk

La reazione di Mosca non si è fatta attendere, sebbene avvolta nella retorica consueta della “operazione militare speciale”. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha parlato chiaramente di rappresaglie “sistemiche”, sottolineando che le autorità russe stanno già attuando azioni concrete per prevenire il ripetersi di simili incursioni sul territorio nazionale.

In parallelo alla tensione sulla città dello zar Pietro il Grande, un’altra vicenda ha aggravato il quadro già incandescente: le autorità filorusse della regione di Donetsk hanno accusato Kiev di aver colpito con un drone un pullman diretto in Crimea. Il bilancio di quell’attacco, avvenuto nella località di Yenakiyevo, parlava di sette civili morti e numerosi feriti, un episodio che rischia di alzare ulteriormente la posta in gioco in una spirale che sembra ormai aver abbandonato ogni parvenza di trattativa diplomatica.

Lo “sfregio” alla narrazione del potere

Al di là dei danni materiali, ancora in fase di accertamento da parte delle autorità locali, l’aspetto più rilevante della giornata risiede nell’impatto psicologico e comunicativo dell’operazione. San Pietroburgo è la città natale di Putin, il cuore pulsante del suo potere economico e il luogo simbolico dove, negli anni Novanta, egli forgiò l’alleanza con gli oligarchi che lo avrebbero portato al Cremlino.

Colpire la “Davos russa” nel giorno del suo orgoglio nazionale significa infrangere la bolla di sicurezza che il regime ha cercato di creare attorno alla capitale settentrionale, dimostrando che nessun obiettivo strategico – nemmeno quelli più lontani dalla linea del fronte – è fuori portata. Zelensky, incontrando a sorpresa il segretario generale della Nato Mark Rutte a Kiev, ha ribadito il concetto: “Devono sapere che se usano droni e missili contro di noi, faremo lo stesso”.

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