Alberto Pellai critica la partecipazione di Massimo Bossetti a "Belve Crime": "Disagio come uomo e professionista"

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   "Che disagio vedere quell’intervista". Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva, non ha usato mezzi termini per descrivere la sensazione provata guardando Massimo Bossetti – condannato in via definitiva per l’omicidio di Yara Gambirasio – ospite di Belve Crime, lo spin-off del programma di Francesca Fagnani dedicato ai casi di cronaca nera. Le sue parole, pubblicate su Famiglia Cristiana e riprese in un post su Instagram, hanno riacceso il dibattito sui limiti del racconto televisivo, soprattutto quando a finire sotto i riflettori è un delitto che ha segnato profondamente l’opinione pubblica.

Quello che ha lasciato perplesso Pellai, oltre alla scelta di intervistare Bossetti, è il contesto in cui è avvenuto: uno studio virtuale, con la solita zampata felina del logo del programma, che però nascondeva la vera location, il carcere di Bollate. Un’ambientazione che, nonostante la gravità del tema, non rinunciava a un tocco di glamour, come se la trasmissione volesse mantenere intatta la sua identità fatta di battute taglienti e polemiche VIP, pur affrontando un caso di omicidio. "Si è solo guardato dal buco della serratura", ha aggiunto lo psicoterapeuta, sottolineando come la tv, invece di approfondire, abbia preferito puntare sullo sfruttamento emotivo della vicenda.

La scelta di Fagnani di dedicare uno spazio a Bossetti – la cui condanna è stata confermata dopo tre gradi di giudizio – arriva in un momento in cui la cronaca nera torna a dominare i palinsesti, complice anche l’uscita di una serie Netflix sul caso Gambirasio. Un fenomeno che, se da un lato risponde alla curiosità del pubblico, dall’altro solleva interrogativi sui confini tra informazione e intrattenimento. Belve Crime, che nella stagione 2024-25 ha replicato i successi dello scorso anno con 1,5 milioni di spettatori e il 9,4% di share, dimostra come il racconto del crimine possa diventare un prodotto appetibile, anche a costo di sdoganare toni che rischiano di banalizzare il dolore.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.