Il miliardario in fuga: Larry Page lascia la California per la tassa patrimoniale
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Redazione Economia
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Larry Page, cofondatore di Google, sta disfacendo i propri legami con la California, nello sforzo di sottrarre il suo immenso patrimonio a una proposta fiscale che incombe sullo stato. L’uomo, infatti, ha già trasferito gran parte delle sue attività e delle strutture societarie principali entro la fine dello scorso anno, un’operazione che ha riguardato il suo family office e diverse entità legate a iniziative tecnologiche e filantropiche. Questa mossa, definita da alcuni come una “fuga”, è dettata dal timore concreto che a novembre gli elettori californiani approvino un referendum per introdurre un’imposta patrimoniale del cinque per cento sui residenti con un patrimonio netto superiore al miliardo di dollari. La misura, se confermata, includerebbe una clausola particolarmente stringente: la sua applicazione retroattiva a partire dal primo gennaio 2026 per chiunque fosse ancora considerato residente fiscale in quella data, un dettaglio che ha senza dubbio accelerato le decisioni di molti.
Le voci discordanti tra i miliardari
Non tutti i super ricchi, tuttavia, guardano alla proposta con la stessa apprensione. Mentre il gestore del fondo speculativo Bill Ackman ha bollato la tassa come un “esproprio di proprietà privata”, esprimendo un sentimento probabilmente diffuso, un’altra voce di spicco del panorama imprenditoriale americano ha preso una posizione diametralmente opposta. Jensen Huang, amministratore delegato di Nvidia – la società che per prima ha superato la soglia dei cinquemila miliardi di capitalizzazione di borsa – si è detto non preoccupato dall’eventualità. La nona persona più ricca al mondo, in un’intervista rilasciata a Bloomberg Television, ha commentato la proposta con una freddezza inaspettata, affermando che una tassa del genere “va benissimo”, segnalando una frattura nell’atteggiamento della cerchia dei miliardari di fronte a interventi legislativi che mirano a una maggiore redistribuzione della ricchezza.
La manovra preventiva e i suoi contorni
La scelta di Page, pertanto, si staglia come una manovra preventiva e calcolata, finalizzata a proteggere un patrimonio che si misura in decine di miliardi. Il trasferimento degli asset, alcuni dei quali di natura complessa e legati a progetti d’innovazione, è stato completato in anticipo rispetto alla fatidica data di fine 2025, limite ultimo per evitare la potenziale retroattività. Questa strategia, che vede il magnate della tecnologia allontanarsi dallo stato che ha ospitato la nascita e l’ascesa di Google, riflette una tendenza osservabile in varie giurisdizioni: l’alta mobilità del capitale e delle residenze fiscali in risposta a cambiamenti normativi. La California, da parte sua, si trova a dover bilanciare l’esigenza di gettito, destinato a scopi sociali e ambientali secondo il testo referendario, con il rischio di un esodo di contribuenti di altissimo valore.
Il contesto normativo e le sue implicazioni
L’iniziativa referendaria, che verrà sottoposta al voto in autunno, rappresenta uno dei tentativi più significativi a livello statunitense di tassare la ricchezza estrema in maniera diretta. La clausola di retroattività, in particolare, costituisce l’elemento che trasforma la proposta da una futura possibilità in un pericolo immediato per i destinatari, spingendoli ad agire con largo anticipo. L’efficacia della misura, qualora dovesse passare, dipenderà quindi non solo dall’esito delle urne ma anche dalla capacità di contrastare l’elusione tramite migrazioni fiscali, un fenomeno che Page ha già concretizzato. La vicenda, al di là dei singoli protagonisti, delinea uno scontro tra due visioni: da un lato la prerogativa degli stati di prelevare risorse dove sono più concentrate, dall’altro la libertà individuale di disporre della propria ricchezza e di cercare regimi fiscali più favorevoli.




