Il rapimento di Shelly Kittleson a Baghdad, la Farnesina segue il caso e la milizia Kataib Hezbollah si offre di trattare
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Redazione Esteri
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Il ministero degli Esteri italiano, come si legge in una nota diffusa dalla Farnesina, segue con la massima attenzione – e lo ha fatto fin dal primo momento – la vicenda della giornalista americana Shelly Kittleson, rapita in Iraq. La reporter, che collabora attivamente con diverse testate italiane, è stata prelevata martedì scorso, il 30 marzo 2026, mentre camminava per le vie del centro di Baghdad. Il titolare della Farnesina, Antonio Tajani, ha chiesto alla struttura diplomatica, in stretto raccordo con l’ambasciata d’Italia nella capitale irachena, di impegnarsi senza sosta sul caso e di verificare ogni elemento utile che possa portare alla sua liberazione.
Le prime reazioni diplomatiche e il coinvolgimento italiano
Dalla nota della Farnesina emerge un quadro di mobilitazione costante, con la rete diplomatica che sta lavorando per raccogliere informazioni senza però poter ancora offrire risposte certe. Tajani, secondo quanto si apprende, ha personalmente sollecitato verifiche approfondite, e l’ambasciata a Baghdad si è attivata per stabilire contatti con le autorità locali. Shelly Kittleson, va ricordato, non è solo una giornalista statunitense: i suoi articoli hanno trovato spazio anche su testate italiane, un dettaglio che spiega il diretto interessamento della Farnesina in una vicenda che coinvolge una cittadina straniera ma con solidi legami professionali nel nostro paese.
La svolta investigativa: i contatti tra Kataib Hezbollah e il governo iracheno
Quella che fino a ieri era ancora una nebulosa di ipotesi, si è concretizzata in una dinamica più definita. Secondo quanto riferisce il *New York Times*, che cita due funzionari della sicurezza irachena – i quali hanno parlato a condizione di anonimato – la milizia irachena sciita Kataib Hezbollah si è offerta di trattare con il governo iracheno per il rilascio della giornalista. I rappresentanti della milizia, notoriamente vicina all’Iran, hanno contattato i funzionari governativi proponendo uno scambio: la liberazione di Shelly Kittleson in cambio del rilascio di diversi membri della milizia attualmente detenuti. Non si tratterebbe, insomma, di un sequestro estorsivo fine a se stesso, ma di una leva negoziale orchestrata da una formazione armata che agisce sul territorio iracheno con un proprio peso politico e militare.
Il contesto del sequestro e il ruolo della Farnesina
La reporter è stata rapita in pieno giorno a Baghdad, un gesto audace che parla della crescente capacità di pressione di alcune fazioni armate nella capitale. La madre della giornalista, come si legge nelle ricostruzioni, ha riferito di aver ricevuto un messaggio dalla figlia lunedì, alla vigilia del rapimento: Shelly stava bene. Poi il silenzio. La Farnesina, pur non avendo giurisdizione diretta sul caso – trattandosi di una cittadina statunitense – segue gli sviluppi anche in virtù dei legami professionali della vittima con l’Italia, e del principio generale di tutela dei giornalisti impegnati in aree di crisi. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, non ha ancora rilasciato dichiarazioni pubbliche sul caso, ma gli apparati di sicurezza americani e iracheni sono in allerta. Resta da capire se l’offerta di trattativa della milizia porterà a un’apertura concreta o se si tratterà di una mossa dilatoria; intanto, la Farnesina continua a raccogliere elementi senza mai abbassare la guardia.




